venerdì 23 aprile 2010

Il silenzio (della potenza)


Quanti sono 40 anni? Riuscite ad immaginarveli, accantonati lì, ignari e ignorati, mentre tutto intorno il mondo si evolve e cambia? Quanta acqua passa sotto i ponti, mentre l'oblìo tesse infaticabile i rovi dell'incuria? Le giornate sembrano passare tutte uguali, fino a quando qualcosa non smuove la patina in superficie e la storia riaffiora, portando alla luce brandelli sparsi di memoria.


Quanti momenti del genere accadono nella vita di ognuno? Con il passato che affiora imponente, nella sua placida, apparente compostezza, reclamando attenzione.


L'animo umano anela spiragli in cui affacciarsi. Finestre di comprensione, in cui il dato reale riempie di fantasia i tasselli mancanti, quando c'è tutto un percorso da intuire per ricostruire. Cosa ne sappiamo noi? Niente.


Di fronte alle prospettive di un lungo viaggio mancato ogni dato acquisito perde di significato, se in mezzo è passato il lungo mare del tempo. Resta l'assorta contemplazione, rispettosa e sognante, per un pezzo di storia recuperato.


Possiamo anche rimanere senza parole, tra la polvere e i rovi, avvolti nel silenzio della potenza.

giovedì 22 aprile 2010

La potenza (del silenzio)


Con la Sila ho un rapporto particolare, privilegiato. Sarà che quassù salgo puntualmente ogni anno, sarà che qui ho iniziato cinque anni fa a muovere ignaro i primi passi sul variegato mondo FCL, guardandolo curioso dall'esterno, sarà che qui, anche dove il servizio è cessato, sono rimasti i binari a scandire un dettato duro a morire.



Fatto sta che questi scenari sono e rimangono una sorta di rifugio ideale, difficilmente comparabile. Me ne sono accorto la scorsa estate, tornandoci con Vittorio. Eravamo reduci da una giornata memorabile a Cosenza con il giro in cabina fino a Rogliano, l'ingresso al deposito direttamente in treno con lo scoop del revamping M4 all'interno delle officine. Oggi a distanza di un anno, dopo ulteriori incursioni al deposito con tutto quello che si è avvicendato nel mezzo, tale avventura sembra pane quotidinano e non fa più notizia, ma all'epoca fu un evento che a suo modo aprì una breccia, e quelle foto della automotrici in lavorazione per giorni fecero il giro dei siti e forum ferroviari.



Ma si sa come vanno queste cose. L'appassionato del genere è interessato al mero bottino che fa scoop sul momento. Che presto viene archiviato e sostituito da altro. Alle spalle tutto diventa piatto e uguale, indistinto. Sarà per questo che non mi sono mai immedesimato nel filone, finendo per fare le cose a modo mio, spesso per conto mio. Mantenendo vivi e lucidi i fotogrammi nel mezzo.



Molte cose sono successe, altre uscite si sono aggiunte, ognuna con il suo carico di soddisfazioni, ognuna con la sua specifica unicità per come è stata raggiunta. Ma se tutto ha un senso, io sono qui e non mi sottraggo.



Rileggendo quel giorno a distanza di tempo, quel che più mi è rimasto impresso non è il viaggio in cabina fino a Rogliano, né la visita alle officine cosentine pur nell'apoteosi di mezzi ivi presenti. Nulla è valso tanto come quella passeggiata a piedi sulla linea in uscita dalla stazione di Camigliatello, quel tratto chiuso al traffico ma ancora armato di binari, sopra il viadotti, nella galleria ... nella potenza del silenzio custodita dagli alberi della Sila.



(Foto di Vittorio Lascala scattate con la mia fotocamera .. sarà un caso?)

lunedì 19 aprile 2010

Odore di nafta



Nella mia vita ho sempre proceduto a strappi, alternando momenti di cambiamenti convulsi e radicali a lunghe fasi di assorta contemplazione, che non di rado sono scivolate nella meditazione stanca. Non so in quale delle due dimensioni mi trovi più a mio agio, ma tutto sommato le vedo inscindibili nel mio divenire. Accade allora che nei momenti di fiacca anelo grandi progetti sparsi in molteplici direzioni; al contrario nell'incalzare pressante degli accadimenti vorrei fermarmi a lato e a margine, al riparo da ogni pressione. Sarà che nel corso degli anni ho lavorato per ricavarmi uno spazio interamente mio, al riparo da tutto e tutti, in cui ritirarmi; una dimensione da cui osservare con sereno distacco il mondo che avanza coniugandolo alle mie recondite inclinazioni.

In questo periodo mi sento così. Sto saltando a piedi pari il fosso più importante di una vita e come al solito tutto questo avviene in maniera brusca e repentina, come se fossi inseguito dall'incalzar degli eventi che bracca e minaccia. E io, nella felicità dell'imminente realizzazione, tra le stratificazioni di altri pensieri caduti nello stesso periodo, vorrei essere altrove. In un luogo dove tutto procede lento e pigro, a misura d'uomo, dei suoi pensieri, alieno dalla fretta. L'immagine che mi viene in mente, per usare una metafora ferroviaria, è quella delle linee lente, secondarie, che dopo aver costeggiato all'uscita della stazione la linea veloce che prosegue netta e dritta per un breve tratto, poi piegano all'interno, verso luoghi più appartati, con percorsi anche tortuosi e scoscesi. E ti affacci dal finestrino, e ti godi il paesaggio, e nel susseguirsi del viaggio hai tempo di leggerti un libro oppure fare e disfare idealmente la tua vita intrecciando le fila del proprio pensiero. Qualcosa che sembra porsi al di fuori del tempo, di poco o nulla intaccato dalle repentine vulgate tecnologiche a cui ci votiamo, che dall'oggi al domani decretano importanza e insussistenza di un luogo o di un tracciato.

Premetto che in questo periodo mi frega poco o nulla di treni, con i loro annessi e connessi. Se solo potessi mi prenderei un mese per me stesso, portandomi dietro due libri, quattro dischi e un taccuino, in un qualunque luogo alieno da memorie e ricorsi, in cui passeggiare, sedermi a contemplare l'intorno, scrivere e appuntare le mie sensazioni, riprendere quei percorsi interiori che da troppo tempo ho accantonato invano. Perché aspiro ad altro, dove nessuno può metterci mano.