mercoledì 6 ottobre 2010

C'era una volta ...


Il 1968 è passato alla storia come il teatro di grandi battaglie e importanti conquiste. La rivolta studentesca, la contestazione giovanile, l’emancipazione femminile, il riscatto da usi e costumi ereditati dalle generazioni passate, non più aderenti al nuovo sentire; la predicazione del sesso e dell’amore libero, la speranza, mista ad illusione, per un mondo diverso, migliore. Ma per un piccolo lembo dell’Umbria meridionale, il 1968 fu un anno funesto. Comunità isolate, operose, selvagge, fieramente arroccate, persero il filo che le aveva intessute nel corso degli anni. Il trenino azzurro, simbolo del progresso amico che unisce senza invadere, che attraversa senza stravolgere, capolavoro d’ingegneria e ardita testimonianza dell’eterno connubio tra la natura e l’uomo, spesso nemici, capaci di singolari opere d’arte quando perseguono lo stesso disegno. Di tutto questo cosa è rimasto? I ricordi indelebili di chi l’ha vissuto. E qualche viadotto incastonato tra le montagne, gallerie a strapiombo sul fiume che scorre incessante, incurante dei mutamenti apportati dall’uomo a un’ambiente modellato nel corso dei secoli. Questa è la Storia. Poi c’è la Memoria, luogo fluttuante,sospeso e incantato, dove tutto è presente, fatalmente impresso.. 


Certe esperienze è impossibile descriverle. Vanno vissute e preservate, al più sognate. Certi pensieri incontrano geniali intuizioni, generando visioni che lasciano il segno. Allora nascono opere capaci di andare oltre l’utilità contingente guardando al futuro sempre più incombente. Certe ferrovie sono il placido susseguirsi di binari e stazioni, treni e vagoni. La Spoleto – Norcia era un capolavoro di tecnica e arte, ambiente e paesaggio, ingegneria del limite delle possibilità umane che una natura sublime ha saputo attraversare, senza scalfire. Era ed è ancora oggi, al di là delle opportunità non comprese e irrimediabilmente perdute, delle decisioni prese, delle firme in calce apposte. Perché non basta rimuovere i binari per sopprimere un simbolo divenuto mito. L’incanto di ieri è lo stupore di oggi, percorrendone i sentieri, estasiati di fronte alla collezione di opere intatte. Per non ripetere lo stesso errore due volte, stavolta per sempre.