giovedì 21 giugno 2012

Addio caro capostazione ...

Il 12 aprile 2012 Giuseppe Farinelli ci ha lasciato, all'età di 87 anni, approdando a miglior vita. Con lui se ne va, più che un pezzo di storia, la grande memoria vivente del "Piccolo Gottardo Umbro" che tanto ha incantato la fantasia degli appassionati ferroviari di tutto il mondo. Farinelli era uno dei due capostazione della stazione di Spoleto al tempo della sua infausta chiusura. Fu colui che, quel 31 luglio del 1968, "licenziò" l'ultimo treno per Norcia che, nella volontà della società, doveva essere autosostituito. Un supremo gesto di ammutinamento che testimonia, a distanza di oltre 40 anni dalla chiusura della linea, la tempra dell'uomo, ma anche la sua fede incrollabile verso quel piccolo gioiello di ingegneria, arte e natura, che per molti era solo una semplice, ormai inutile, ferrovia.

Ho avuto il piacere, oltre che la fortuna, di conoscerlo di persona, e vedere e toccare con mano, parte dei cimeli della sua inestimabile collezione nella casa museo di Ripicciano. Era il 13 ottobre del 2007. Ero in compagnia dell'amico Cristian di Foligno, grande appassionato della Spoleto - Norcia, che quel giorno lo tempestò di tutte le domande possibili e immaginabili. Io rimasi in religioso silenzio, ad osservare quei reperti, tenuti e repertati con cura maniacale. Cimeli che riacquistò lui stesso dal ferraccio, pagandoli di suo pugno, pur di conservarne la memoria che sapeva di un pezzo di vita vissuta. Perché non si sarebbe mai azzardato a sottrarre un pezzo di ferro dal suo amato gioiello, rendendosi complice di quel disegno sciagurato di smantellamento efferato, che in quegli anni imperversò attirando sciacalli da ogni angolo della regione. Ogni tanto osservavo, annotavo impressioni, e meditavo, la domanda giusta da fargli. Che fu soltanto una, che valse per tutte.

La mia più grande curiosità era rivolta all'ultimo giorno, a quegli ultimi concitati momenti di vita della nostra amata ferrata. Nei testi sacri di Cioci leggevo che l'ultima corsa da Spoleto a Norcia era stata autosostituita, a seguito di un programma diramato in giornata dalla Società Spoletina. Leggevo altresì che l'autobus sostitutivo era già lì pronto per la partenza, ma la gente era ugualmente salita sul treno, e non voleva saperne di scendere. Chiesi allora a Farinelli, testimone diretto dell'epoca, cosa ci fosse di vero in quelle righe che tanto mi erano rimaste impresse da restare scolpite nella memoria.

Giuseppe mi raccontò un'altra verità. Vennì così a sapere che non era affatto vero che il bus deputato a sostituire il treno era già lì. Il bus giunse in ritardo, con la gente che era già tutta salita sul treno. L'altro aspetto interessante del racconto di Farinelli era dato dal fatto che il bus (come fecero poi tanti altro bus che dal 1° agosto sostituirono il servizio ferroviario) non seguiva tutte le fermate del treno. Chi conosce la situazione viaria alternativa alla ferrovia, sa che la statale sbuca a Piedipaterno, saltando Sant'Anatolia di Narco e Castel S. Felice. Ebbene, il bus che fosse sbucato a Piedipaterno, avrebbe poi proseguito diretto per Norcia, saltando gli abitati di Sant'Anatolia e Castel S. Felice. Questa era una delle fondate ragioni per cui alcuni dei passeggeri saliti sul treno non vollero saperne di scendere, rischiando poi di doversi incamminare a piedi per raggiungere le loro case. Incuriosito dal fatto, andai a consultare i libri di Cioci, dove c'è effettivamente scritto che già dal 1° agosto del 1968 il sindaco di Sant'Anatolia inoltrò una lettera di protesta, perché i due abitati, chiusa la ferrovia, erano stati tagliati fuori. I passeggeri di quel treno protestarono con veemenza, al punto che Farinelli sbottò con un bel: "Fatevi sentire pure voi!". Alla fine macchinista e capotreno si rivolsero a lui con un preoccupato e disarmante: "Cosa dobbiamo fare?". Giuseppe si assunse la sua responsabilità e, alzando la paletta, licenziò il treno, quello che passò alla storia come il vero ultimo treno della Spoleto - Norcia. Dando così seguito ad un altro gesto, tra profezia e leggenda, che poco più di un paio d'ore prima aveva compiuto il suo collega Altobelli, capostazione di Norcia. Il quale dopo aver licenziato il precedente treno da Norcia, aveva rimesso lo scambio nel corretto tracciato, pronto a ricevere l'ultimo treno da Spoleto, sebbene era stato diramato il comunicato in base al quale, quel viaggio sarebbe stato autosostituito e il treno, lì a Norcia, non sarebbe più tornato.

Di Giuseppe ricordo gli occhi vispi, pieni di vita, e di una segreta e arcana speranza verso l'oggetto del suo sconfinato amore; conditi di una sana energia che nemmeno le amarezze degli anni successivi ha saputo mitigare. Una forza diventata missione di vita negli anni a venire, tutta volta a sponsorizzare il ritorno dell'amato treno, perché nessun altra destinazione d'uso darebbe stata degna di quel tracciato divenuto leggenda. Anche quando, con lo scorrere inesorabile degli anni, delle promesse e parole cadute nel vuoto, era anche lui consapevole che il treno, in quelle mistiche valli, non sarebbe mai più tornato, perché in fondo in fondo, sin dagli ultimi giorni antecedenti la chiusura, non c'era la volontà in loco di avere la ferrovia. Ma questo non affievolì mai il suo genuino entusiasmo e il suo impegno, e sempre prestò la sua conoscenza per tramandare la ricchezza di quell'inestimabile tracciato. Convegni, articoli, aneddoti, a chiunque gli chiedesse un'informazione e un parere dispensò pillole di saggezza. E a me piace pensare che negli ultimi istanti della sua vita, uno ad uno gli siano scorsi davanti tutti i fotogrammi della sua storia di ferroviere della Spoleto - Norcia. A margine della risposta che mi diede confidò che, nel programma della chiusura, era previsto il ricollocamento del personale verso altre destinazioni, altre amministrazioni ferroviarie, o di autolinee, perché, nel chiudere la ferrovia, decine di persone si ritrovavano senza lavoro, con le famiglie da mantenere. Molti ferrovieri fecero buon viso a cattivo gioco, accettando altre destinazioni. Lui no, non avrebbe potuto fare lo stesso lavoro presso un'altra ferrovia, non sarebbe stata la stessa cosa. Anche da questo gesto si legge l'integrità dell'uomo che non ha tradito il suo amore e non si è piegato a un disegno che non ha mai accettato. Finita l'era della Spoleto - Norcia, finì l'era del Farinelli ferroviere che si ritirò definitivamente dalla scena.

E cosa dovrei scrivere io di quest'uomo, quando questi gesti parlano eloquentemente di lui? Mi vien di dirgli una sola parola. Un "Grazie", che non sa di congedo, ma di arrivederci. Ma non posso sottrarmi all'ingrato compito di ricordarlo adeguatamente, che mi sono assunto quando ho deciso di scrivere questo post. E allora ricordo il Giuseppe indomabile con un aneddoto che lui stesso sorridente confidò. Lo ricordo come quel carrello che un giorno si sfrenò a Caprareccia, iniziando la sua selvaggia e inarrestabile corsa verso la città di Spoleto. Me lo immagino sfrecciare nel silenzio sospeso della valle transitando sibilante sopra i 60 metri del Viadotto Cortaccione, per poi attraversare indenne il PL di Spoleto, sferragliare davanti alla stazione di Città e arrestare la sua corsa schiantandosi a Spoleto FS. Qualcosa di vivo e che sfugge alle logiche. Buon viaggio Giuseppe.
Io e Giuseppe Farinelli. Foto di Christian Polizzi (13-10-2007)

lunedì 18 giugno 2012

Quattro passi confidenziali sulla Spoleto - Norcia

Quando l'atmosfera intorno si fa pesante, sono solito rifugiarmi in quei luoghi sospesi nel tempo e nello spazio, dove potermi ricreare. Quando esisteva la ferrovia, la "Regione Umbria" non era ancora stata creata, e tutto sommato si respirava un'aria migliore, persino a Terni, dove l'industria siderurgica e chimica produceva ancora a pieno regime.


Il viadotto Cortaccione, composto da 4 archi da 25 metri di luce, incastonato tra due gallerie scavate a mano nella roccia viva. Con i suoi 60 metri dal fondo e uno sviluppo lineare di 120 metri, è il primo per altezza e il secondo per lunghezza dell'intero tracciato.
Mi capita spesso di domandarmi cosa caratterizzi a tal punto la Spoleto - Norcia dal distinguerla tra i tanti, anche più quotati, tracciati ferroviari di montagna. E cerco di darmi una risposta spicciola, in pillole, evitando di enumerare le numerose, pur rilevanti, opere d'arte cosparse lungo il tracciato. La risposta che mi sono dato non passa per la disamina dei singoli punti, pur rilevanti, sparsi lungo i resti dell'antico sedime, molti dei quali, presi a sé stanti, comparabili a quelli di altre ferrate. Quello che rende il "Piccolo Gottardo Umbro" un'esperienza irripetibile, è la cifra complessiva raggiunta dal susseguirsi di tali opere, con il suo ritmo incalzante. Provo a spiegarmi.

Viadotto sinusoidale della Caprareccia, composto da 8 archi da 15 metri di luce. Alto 25 metri e dallo sviluppo di 146 metri, è il più lungo dell'intero tracciato. Dalla sua cima si gode una magnifica visuale sulla Valle Umbra. Nelle giornate più nitide si riescono a distinguere le città di Foligno, di Spello fino ad Assisi. Tale viadotto era posto al culmine del percorso elicoidale allo scoperto noto come "Giretto della Caprareccia" di cui si scorge la trincea sotto i paletti confinanti con la strada statale Spoleto - Piedipaterno, da cui la foto è stata scattata.
La Spoleto - Norcia, contrariamente a quanto si pensi, non è nata per primeggiare. Tra i tracciati di montagna, non è quella che raggiunge la quota più alta né quella che copre il maggior dislivello lungo il percorso; non è quella che affronta la pendenza più elevata né quella con il più stretto raggio di curvatura; non presenta il viadotto più alto né di quello più lungo, né annovera la galleria più lunga. Non è nemmeno la ferrovia che presenta il maggior numero di elicoidali, sebbene sia ben fornita in tal senso. A ben guardare si fa fatica ad annoverarla tra le vere ferrovie di montagna, trovandosi ad affrontare le più modeste colline umbre, con una quota di valico tutto sommato modesta, di 625 metri s.l.m., ben lontana dai livelli delle ferrate alpine o dei grandi massicci appenninici, o di altri grandi rilievi famosi del mondo. Cosa ha reso celebre allora questo piccolo tracciato, al punto da attribuirgli la qualifica di "ferrovia alpina nel cuore dell'Umbria"?
Visuale aerea dell'elicoidale a cielo aperto noto come "Giretto della Caprareccia", culminante nel viadotto ad "esse" alla cui fine è posta l'omonia stazione. Sotto le pile del viadotto, sul versante opposto alla ferrovia, transita la statale Spoleto - Grotti - Piedipaterno, ancora sterrata all'epoca della foto, oggi completamente asfaltata.
Contestualizzando il discorso lungo il tracciato, dei 51 km. dell'intero percorso, appena 18 di essi sono ascrivibili al rango di ferrovia di montagna. Dal km. 1, seguente l'attraversamento urbano della città di Spoleto, fino al km. 19 della stazione posta ai piedi dell'abitato di Sant'Anatolia di Narco. In questo tragitto la ferrovia copriva un dislivello di 650 metri, per salire dai 310 metri s.l.m. di Spoleto ai 625 metri della quota di valico, per poi scendere verso la valle del Nera alla stazione di Sant'Anatolia di Narco, posta a quota 291, punto più basso dell'intero tracciato. Il modo in cui il percorso è stato tracciato ha fatto scuola, rappresentando un "unicum" difficilmente eguagliabile. Anzitutto è interessante esaminare il modo diverso in cui è stato tracciato il percorso in ascesa e il corrispondente in discesa. Se a salire la ferrata ha seguito uno sviluppo canonico, comune a molti tracciati, seguendo il ciglio dei fianchi della montagna, sull'altro versante, della discesa in Valnerina, è stato disegnato un percorso sotto molti aspetti incomparabile. Qui la ferrata, negli 8 km dalla galleria di valico alla stazione di Sant'Anatolia, scende letteralmente a "slalom" lungo la stessa parete rimbalzando da un fronte all'altro, attraverso le famose "sei svolte", dove facendo ampio uso di viadotti e tunnel, alcuni dei quali elicoidali, riesce a scendere di quota senza far leva su un eccessiva pendenza, evitando l'ausilio di meccanismi ad aderenza artificiale. Il percorso che la Spoleto - Norcia impegna lungo la discesa, è più simile a quello di una giostra che a quello di una ferrovia vera e propria, tante e tali sono i funanbolismi tradotti in opere d'arte posti a stretto giro di posta. Senza voler sminuire il primo tratto in salita, a sua volta caratterizzato da importanti soluzioni ingegneristiche, la "Discesa di Sant'Anatolia" rappresenta tuttora un caso eclatante di ingegneria e architettura applicata alla tecnica ferroviaria, nel tentativo difficile e stimolante di attraversare l'arduo paesaggio, penetrandolo senza scalfirlo. E tutto questo avviene in un raggio spaziale ristrettissimo. Se anche altre ferrate presentano singolarmente soluzioni analoghe, anche di più alto grado o pregio, risulta difficile trovarne qualcuna che pone una tale impressionante sequenza di opere in cosi ristretto spazio. Anche prendendo ad esempio l'intero sviluppo montano, dall'imponente viadotto Cortaccione a strapiombo sull'angusta valle, incastonato tra due gallerie scavate a mano nella roccia viva, alla galleria a "ferro di cavallo" della Vallegiana, passando per l'elicoidale a cielo aperto della Caprareccia, culminante sul celebre viadotto ad "esse" che accompagna all'omonima stazione, attraversando la galleria di valico (solo questa misura quasi 2 km), per trovarsi di fronte ai due viadotti Torre che si guardano, al viadotto Tassinare con l'omonima galleria elicoidale, per giungere al successivo elicoidale ad "alfa" composto dalle due gallerie Grotti, con tratto intermedio allo scoperto e tanto di marciapiede di fermata, a servizio dell'abitato di Grotti collegato con un sentiero della percorrenza di 20 minuti a piedi. Come tanti meravigliosi fotogrammi, è il montaggio ad arte di ogni singolo spezzone che contribuisce alla celebrità del film, sostanziato da una robusta trama.

Panoramica aerea frontale della "Discesa di Sant'Anatolia" con il suo caratteristico sviluppo a zig-zag lungo la stessa parete nel tentativo di scendere dal punto di valico all'abitato di Sant'Anatolia di Narco.
Se questa ferrovia non fosse davvero esistita, espletando un reale servizio passeggeri e merci a servizio della collettività, verrebbe da pensare che sia stata costruita ad arte, seguendo un lungimirante disegno, per offrire un "compendio" della perfetta ferrovia di montagna, mostrando in stretta successione tutti gli accorgimenti che un tracciato del genere si trova ad affrontare, ponendo soluzioni al più alto grado tecnico ingegneristico, nel pieno rispetto del paesaggio. Una "summa" scavata nella montagna, come una sorta di plastico a grandezza reale, capace di sintetizzare e mostrare la capacità tecnico-creativa dell'uomo applicata all'ingegneria ferroviaria. Sembrerebbe, se non fosse che tale ferrata è realmente esistita, e per 40 anni ha risposto alle reali esigenze di mobilità della sua terra.  Una realtà tale da lasciare a terra qualsiasi fantasia.

Viadotto Tassinare e galleria elicoidale. Dalla foto si nota una pila del viadotto incastonata al portale della galleria sottostante al culmine dell'elicoidale. Una finezza estetica a corollario di una soluzione altamente ingegneristica.
Tutto questo è perfettamente conservato nel cuore della montagna, custodito gelosamente da madre natura, incastonato in un limbo appartato che oggi come e più di ieri, merita di essere svelato. 

Galleria Vallegiana dalla caratteristica forma a "ferro di cavallo". Con i suoi 454 metri di sviluppo è la seconda per lunghezza dell'intero tracciato, dopo la galleria di valico della Caprareccia, della lunghezza di 1936 metri.

venerdì 8 giugno 2012

Vajont, 25/05/2012

La targa a memoria dei ferrovieri morti nella tragedia del Vajont alla stazione di Longarone - Zoldo
"Quando il treno entrava in stazion, tu per un minuto la vedevi la diga bianca tra le montagne nere..." - Marco Paolini, Vajont 9 ottobre '63 Orazione Civile.

Quando sono partito per la mia vacanza nel Friuli - Venezia - Giulia, avevo predisposto un programma di massima. Ferroviariamente parlando, si prevedeva un excursus su alcuni punti della "Ferrovia Transalpina". Oltre alla stazione "museo" di "Trieste Campo Marzio", avevo ipotizzato di fare un salto a Gorizia, spezzata in due dopo i trattati di pace della Seconda Guerra Mondiale, tra la città italiana e il versante sloveno di Nova Gorica. In particolare nella celebre "Piazza della Transalpina" dove, in territorio sloveno, sorge la monumentale stazione di Nova Gorica, al secolo "Gorizia Montesanto". E poco più a nord della città, dove ancora si leva maestoso il celebre ponte di "Salcano" dalla singola lunga arcata in pietra a guado del fiume Isonzo. Pregustavo questi momenti, data la relativa posizione strategica in cui mi trovavo.


La frana sul monte Toc, come appare proveniendo dalla Valcellina
Fino a quando ad Agata non viene l'idea di andare a vedere la Diga del Vajont. Ci penso un attimo su, conscio che tale "fuori programma" finirà per compromettere il mio tour ferroviario. Perché il Vajont sta lassù in montagna dall'altra parte del Friuli, ai confini del Veneto, e un giro del genere si porta dietro quasi un'intera giornata. Però a me la storia del Vajont è sempre stata li sullo stomaco, lo spettacolo di Paolini me lo sono imparato a memoria, il film di Martinelli anche, mi sono divorato anche il libro di Tina Merlin "Sulla pelle viva",  e noi siamo lassù, non vicinissimi ma nemmeno così lontano rispetto a come se dovessimo partire da casa. E allora mi dico, andiamo. Tante volte ho accarezzato l'idea di andarci di proposito, e ora tutto sommato era a portata di mano. Prendiamo la strada per Maniago, e poi giriamo verso sinistra, con la strada che prende a salire. Entriamo nella spettacolare "Valcellina", attraversiamo Barcis e il suo bel lago, vediamo scorci di montagne incantaminate e torrenti, arrivando a Cimolais. Iniziamo a leggere il nome di Erto, paese natale dello scrittore Mauro Corona, ma anche di quella indomita popolazione posta a monte della diga, dove per anni "s'è combattuta guerra", per dirla alla Paolini, durante le fasi di costruzione della Diga. Tutto appare quieto nella sua spettacolarità quando, a distanza sulla sinistra, prima di arrivare al paese, sul monte a sinistra si scorge una grande frana. Ci siamo, mi dico. Conosco la storia, ma conosco anche molte immagini di quella zona, e la forma ad "emme" di quella frana mi è tristemente nota. Fino a quando non ci troviamo, sulla sinistra, il paese di Erto, in pieno parco delle Dolomiti Friulane. Sono le 14, e ci fermiamo per il pranzo. Passeggiamo per la strada principale che attraversa il paese da un versante all'altro, scorgiamo alcune case abbandonate, molte diroccate, dando un'occhiata alla valle, ai meravigliosi campi sull'altro versante, e ci imbattiamo nell'Osteria del Gallo Cedrone. Dove ci fermiamo per il pranzo. Il locale è celebre, ritrovo di molto turisti che vengono ad ammirare la diga del Vajont. E in effetti nel locale, rustico ma sistemato ad arte, campeggiano molte foto storiche, oltre a diversi libri dello scrittore Corona, frequentatore abituale del locale. Qui è ambientato uno dei suoi libri, "Vajont, quelli del dopo"; qui fu girata, prima del restauro del locale, la celebre scena del film di Martinelli al bar coi carabinieri, quella della battuta sulla "adunata sediziosa", dove lo stesso Mauro impersona la parte del barista. Lasciamo il paese per dirigerci verso la diga. La prima cosa che fa impressione, è l'invaso completamente ricoperto dalla frana, sulla quale è anche cresciuta una copiosa vegetazione.
La diga del Vajont vista dal versante friulano, con l'invaso in gran parte ostruito dalla frana

Parziale della frana del Monte Toc dentro l'invaso della diga del Vajont
La prima osservazione che mi viene in mente è che, di una diga alta 261,20 metri, affiorano dalla terra appena una ventina di metri. Il che da un'idea tangibile della massa di terra precipitata nell'invaso. Vista da dietro, dal versante friulano, per come si presenta agli occhi del viandante, quella del Vajont sembrerebbe una piccola diga, se si ignorasse quella montagna di terra che, di fatto, ricopre l'ex bacino dai suoi piedi fin quasi al coronamento della stessa. Bisogna andare a gettare lo sguardo davanti, per rendersi conto della mozzante imponenza dell'opera. Faccio alcuni passi a piedi lungo la strada per Longarone, quella delle celebri gallerie ad arco che si affacciano sulla vallata. Per quanto la visuale sia ancora parziale, e schiacciata, ma sotto, guardando verso il fiume, la valle precipita a picco.

Parziale della Diga del Vajont. Si scorge sulla destra parte del coronamento "sbeccato" dall'ondata d'acqua. Unico danno che ha riportato la diga che ha perfettamente retto alla frana, sottoposta ad una forza d'urto di ben 7 volte superiore a quella per cui era stata progettata.

Riprendo la via della macchina, e ci dirigiamo verso Longarone. La cittadina a valle, posta ad appena 5 km di strada tortuosa dalla diga, è in realtà a non più di 2 km dalla stessa, di fronte, in linea d'aria.  Girando verso il paese, mi trovo la stazione sulla destra. Qui ci fermiamo. Deformazione professionale, direte voi. In realtà, nel fare una sosta "tecnica" al bagno e al bar, ne ho approfittato per dare un'occhiata alla diga. Perché svoltando per il paese, me la sono vista dietro, in tutta la sua impressionante estensione. La stazione è punto privilegiato per osservare in assoluta tranquillità l'imponenza spettrale della diga. Ho preso la macchina fotografica, e una volta tanto, oggetto privilegiato della narrazione non erano più binari e treni, ma quel manufatto, così come si scorge dal treno che transita lungo la linea tra Calalzo di Cadore e Belluno.
Parziale della parte superiore della Diga del Vajont come appare dalla stazione di Longarone - Zoldo

Parziale della diga del Vajont, vista dalla stazione di Longarone - Zoldo.
Sono passati quasi 50 anni. Ma la ferita ancora brucia. A guardare su in alto, sembra quasi che la natura stia ricucendo la ferita, con la vegetazione che cresce anche sulla massa franata, e su quella parte di montagna rimasta nuda. L'apocalisse è mirabilmente mitigato dalla spettacolarità della valle che, con la sua rigogliosa vegetazione, cola a picco sul fiume. E quel taglio di cemento armato, incastonato nella roccia, che la stretta gola sembra aver congelato ai posteri. Non ci sono parole, e questa, tutto sommato, è solo una descrizione di una passeggiata di fine maggio. Di quelle da ricordare per una vita intera.

lunedì 4 giugno 2012

Nel ventre della montagna

La vecchia linea, superata la galleria di valico, si appresta alla lunga e avvincente discesa che la introduce alla Valnerina.
La storia che sto per raccontarvi vi suonerà strana, ma è vera e profondamente vissuta. Oggi mi sento così, e la narrazione va da sé seguendo il filo dei ricordi vivi, in parte scossi. Dopo 12 anni e 324 mila chilometri, ho accantonato la mia vecchia Ford Fiesta. Non starò a tediarvi raccontando per filo e per segno le avventure che l'hanno vista artefice nel susseguirsi gioioso degli anni. Ma oggi, dopo averla rottamata, e in attesa di ritirare l'auto nuova, mi è tornato un mente un episodio di alcuni anni fa, che la vide protagonista sul vecchio sedime della ferrovia Spoleto - Norcia.

L'inizio della galleria di valico della Caprareccia, lato Spoleto, ripresa dal finestrino dell'auto.
L'antefatto risale al 10 settembre del 2005, giorno inaugurale dei lavori di ripristino del tracciato presso la stazione di Sant'Anatolia di Narco - Scheggino. Io e un gruppo di amici, all'epoca molto attivi nella ricerca e documentazione dei resti della ferrata, presenziammo all'evento, che vide la partecipazione delle autorità locali, nelle persone degli allora sindaci di Spoleto e Sant'Anatolia, e dell'ex Arcivescovo della diocesi di Spoleto - Norcia. Finite le celebrazioni, tentammo una delle tante scalate alla salita di Sant'Anatolia verso il valico della Caprareccia, seguendo l'antico tracciato. Dopo 9 km di camminata, giunti all'imbocco della galleria di valico, con altrettanti km in attesa sulla via del ritorno, nessuno aveva la fantasia di percorrere la galleria, lunga altri 2 km, che avrebbe comportato altri 4 km sulle gambe, considerando il ritorno. Tutti, tranne io, che morivo dalla voglia di attraversarla, per la mia "prima volta". Ma non mi andava di avventurarmi da solo, lasciando gli altri ad aspettarmi; non per paura, ma mi piaceva l'idea di condividere una tale emozione, che al momento rimase inespressa. E latente, pronta ad esplodere. Nemmeno una settimana dopo, nella giornata di venerdi 16, decisi di tornare sul luogo del misfatto, con la mia ragazza di allora, poi diventata moglie, che in quei giorni di spensieratezza mi seguiva spesso nelle scorribande sul tracciato della ferrovia. Risalendo sul versante spoletino, arrivammo all'imbocco della galleria. Parcheggiammo nello spiazzo presente tra il casello Caprareccia e il portale della galleria, e ci avventurammo per alcuni passi a piedi, finché c'era luce, non essendo muniti, al momento, di torcie. Eravamo presi da una strana frenesia, che tuttavia non lasciava presagire quel che stava per accadere. Anche perché a saperlo prima, Agata non si sarebbe prestata al gioco. Ritornati nell'auto, gli proposi di avventurarci per un breve tratto nella galleria con l'auto dove, grazie all'illuminazione dei fari, avremmo avuto una visuale privilegiata. Giusto un breve tratto per provare l'emozione, e poi saremmi tornati indietro, piano piano, in retromarcia. Accadde poi che metro dopo metro, secondo dopo secondo, non incontrando particolari ostacoli, scivolando via perfettamente dritta, mi sono avventurato dritto nel cuore della montagna. E ho realizzato che stavolta dovevo andare a fondo, e niente e nessuno mi avrebbe fermato. Sapevo che l'altro versante era aperto e popolato, perché in quei giorni dei boscaioli erano sulla montagna a far legna, e usavano la galleria per farci transitare i loro camion carichi di legname, essendo l'unica via di accesso possibile per quei mezzi. Ricordo lo sguardo di Agata che mi chiedeva cosa avevo intenzione di fare, il suo fondato terrore quando finalmente realizzò le mie intenzioni, tra gli occhi ora chiusi ora sgranati, il rosario recitato in silenzio, e qua e là qualche foto scattata al volo, perché la paura alimenta la curiosità dell'incoscienza cui è difficile sottrarsi. E che, dopo 20 minuti di auto che procedeva a passo d'uomo, per le buche, i sassi, e la cautela vestita da paura, ci portò all'uscita sull'altro versante. La sera di quella gloriosa giornata, scrissi alcune righe che ancora conservo, e che qui riporto.

L'uscita, lato Norcia, della galleria di valico della Caprareccia.
"Non so cosa scatti nel cuore e nell'animo delle persone. La commossa costernazione di fronte a tanta meraviglia dell'ingegneria ferroviaria adagiata lì, paziente, in attesa di essere accarezzata senza essere dimenticata, frammista ad un senso di nostalgia latente e allagante per un viaggio da fiaba sfuggito soltanto per un soffio di anni. E ripetutamente negato. Queste e altre sensazioni inscindibili armano suggestioni potenti, pronte ad esplodere. Come oggi. Ancora non ce ne capacitiamo di come possa essere potuta accadere una cosa del genere. So solo che la galleria Caprareccia mi era rimasta lì, sullo stomaco, quel giorno dell'escursione a Sant'Anatolia. Arrivarvi in bocca e vederla miracolosamente aperta, e rifiutarla, è stato un boccone difficile da digerire. Aveva acuito un senso di piacevole insoddisfazione che di ora in ora si era impadronita di me. Ma alla fine ha vinto, e forse io con lei. Un trionfo, un tripudio vissuto insieme. Oggi le sono tornato davanti. Con la scusa di far vedere alla mia ragazza gli esiti delle mie ricerche di pochi giorni fa. Siamo scesi, abbiamo fatto due foto, per un tratto a piedi l'abbiamo anche attraversata, finché si vedeva bene a luce naturale. Ci eravamo girati e saliti in auto per andarcene ... quando .... siamo stati risucchiati. Mi è venuta la malsana (o forse benedetta) idea di provare a vedere l'efficacia dell'illuminazione dell'auto in galleria .... e come era camminarci dentro .... piano piano, poco a poco, la strada cresceva dietro le spalle .... L'uscita era sempre lì, a portata di retrovisore, quella fessura di luce rassicurante .. ma la strada scorreva, dritta, dritta, dritta, e senza intoppi ..... e li ho capito, che non potevo più tornare indietro .... ad un certo punto ... ho scollinato senza rendermene conto .... ad un certo punto, la strada prima in leggera impercettibile salita, era diventata di evidente discesa ... davanti ai nostri occhi. Ad un certo punto .... dopo tanto buio rischiarato solo dai fari abbaglianti, a distanza, molto in basso rispetto alla linea retta dello sguardo, c'era una piccola luce bianca, lontana. Ma certa. Ad un certo punto ... la luce lasciata le spalle che ci aveva accompagnato con fare rassicurante, è stata inghiottita dal buio .... ad un certo punto, la volta mattonata ha lasciato spazio alla roccia viva. Eravamo approdati all'altra parte del guado, al punto di non ritorno. Il senso di ammirazione si alternava a quello di timoroso rispetto, per un'opera tanto ardita e cupa, nelle cui viscere ci trovavamo .... quel senso di precarietà strisciante impadronirsi dei propri pensieri come l'umidità crescente del luogo che entrava nelle ossa ... quel timore che possa accaderti qualcosa in un punto così desolatamente impervio. Guardavamo increduli e sconcertati, fuori dal senso delle proporzioni, l'incedere dell'uscita che era ancora lontana ed era ancora strana, dopo tutto quello che avevamo visto e sentito addosso. Verso l'uscita una piccola frana .... e, giunti al fatidico guado l'atteso imprevisto. Una delle ruote anteriori si affossa in una buca, creata dai mezzi pesanti dei boscaioli in transito abituale nella galleria. La macchina slitta sia in avanti che in retromarcia, e non ne esce fuori. Scendo, cercando di mantenere la lucidità. Risalgo e riprovo Nulla. Scendo di nuovo. Metto un sasso sotto per fare leva e .... come per incantesimo, con facilità disarmante, l'auto riprende la corsa ed esce dalla galleria. Passaggio attraverso la trincea. Arrivo allo spiazzo dei boscaioli, deserto, loro sono sulle pendici a segare alberi e lasciarli rotolare giù nei canaloni dei torrenti..... mi immagino cosa possano aver pensato dalla loro visuale, a veder uscire inaspettatamente una Fiesta Blu dalla Galleria di valico. Chi può aver osato tanto, chi si è azzardato? Non lo sapranno mai. Prendiamo la salita che si arrampica sulla montagna e usciamo a Tassinare, per tornare alla Caprareccia. Ci abbiamo messo dei minuti per realizzare quanto avevamo fatto .... e perché. Per smaltire l'adrenalina e la paura interiorizzata. Ma adesso l'entusiamo scalpita, come la mia auto che qualche ora fa ha bucato la montagna."
L'auto parcheggiata di fronte al portale della galleria Caprareccia, lato Norcia, appena compiuta la traversata.
Grazie di tutto, cara, vecchia, indomabile Fiesta..