giovedì 19 luglio 2012

Dal piccolo "Gottardo" al grande "Pollino"


Capita ogni tanto di interrogarmi sule ragioni di una passione, quella ferroviaria, che oggi come ieri, e forse più di ieri, occupa una parte consistente del mio tempo, e delle mie risorse mentali. Quali siano i presupposti di un tale, costante impegno, quando, guardandomi intorno, trovo segnali discordanti, sempre più divergenti, dalla mia reale natura. Nell’era di facebook e twitter, delle presentazioni su power-point, delle discussioni sui forum e dei progetti su blog, dei tracciati ricostruiti al simulatore o riscoperti tracciando linee colorate comodamente su google-maps, qual è il mio ruolo in tutto questo? Io che sono sempre stato un uomo da strada, che le ferrovie ho sempre amato percorrerle, scoprirle lungo il cammino, senza indizi e ricerche, annusando il terreno e le sue sconnessioni. Ogni tanto ci penso, e penso a come sia paradossale che una persona giunta alla soglia dei 40 anni, dalla vita ormai costruita, con lavoro e famiglia, con poco spazio per via di fughe, ancora sogni e aneli farsi i calli sotto i piedi attraverso luoghi appartati, sconnessi, abbandonati,  mentre la gioventù ventenne, nel pieno splendore adolescenziale, del tempo libero, tenda a scoprire e ridisegnare il mondo da dietro un monitor, passandoci intere giornate, o addirittura nottate. Sarà che si cerca il “gruppo”, e dove, meglio di facebook e affini, per fare questo. Un lupo solitario come me può, al massimo, constatarlo, e tirare dritto.

Sono così andato a ritroso nel tempo per capire cosa mi tenga ancora incollato ad un tale contesto. Perché ci sta la scintilla del momento, ma il fuoco poi va alimentato, e se non metti legna, prima o poi si spegne. Io il mondo dei treni l’ho sempre avuto accanto, per il lavoro di mio padre, per la mia precedente vita da pendolare, ma è sempre stato intorno, non mi ha mai coinvolto. Fino a quel 2005 in cui presi contatto con la Spoleto – Norcia, era un’esperienza così unica e particolare che all’epoca mi risucchio, fino a percorrerla tutta, alcuni tratti svariate volte. In quelle camminate c’era tanto di me, non solo e non tanto una ferrovia, di cui sono scomparsi i binari, quanto il fascino sussurrato della storia dei luoghi, la bellezza disarmante della natura, la possibilità di vedere scenari da altra angolatura, il senso della poesia dato dalla commistione tra tecnica e paesaggio, tra storia e presente, tra aspirazione cavalcate e negate, che si faceva strada, nelle gallerie scavate a mano nella roccia viva, nei viadotti in conce di pietra ancora incastonati nella montagna, nel sedime che si fa strada tra anguste vallate ormai rinnegate, sopra il canto del fiume.

Dietro al colle, affiora Morano Calabro.
E’ questo che mi ha avviato, e che ancora oggi, mi ha sospinto. Ed è questo che mi ha portato a rinnovare tale slancio, che nel corso degli anni si è un po’ affievolito. Non me  ne voglia il Piccolo Gottardo Umbro, oggi come ieri esempio inimitabile di ingegneria e natura. Ma quando un sentiero diventa familiare, tante sono le volte che lo hai percorso, anche la bellezza più disarmante diventa abitudine, e lo stupore tramuta in semplice, per quanto sempre incantata, constatazione. Manca il ruggito selvaggio della “scoperta”, quel guizzo che ti prende alla testa e allo stomaco, che genera adrenalina e preoccupazione, quel qualcosa di più e di diverso che mi ha sempre fatto stare in trincea; quando il pensiero formicola e senti le farfalle allo stomaco, come un innamoramento repentino, quel qualcosa di proibito che stai per compiere, per giungere alla divinazione, qualcosa di violento e risoluto come un orgasmo dopo un selvaggio amplesso. Qualcosa di eccitante, dannatamente fisico, da consumare, senza freni e senza remore.

L'ampia vallata della discesa verso Morano Calabro, ai piedi del massiccio del Pollino, vista dalla ex ferrovia Lagonegro - Spezzano.
Era giunto il momento di recuperare quello spirito. Tornando in strada ad annusare la natura ferina sotto forma di ferrovia. A farne le spese è stato il “Pollino”, nome aggraziato per un paesaggio a tratto lunare, aspro e pietroso. Con questa montagna e la sua ferrovia avevo un conto in sospeso da tempo, e qui, negli ultimi tempi, avevo riassaporato barlumi di incandescente e selvaggia scoperta, sempre in solitario, anche se poi in qualche punto ci sono tornato accompagnato. Il massiccio del Pollino mi sta per strada lungo la discesa in Calabria, ogni volta che transito sui viadotti sospesi nel vuoto, dalla fine della Basilicata all’ingresso in Calabria, la mia fantasia si accende, e mi affaccio, per quel poco che posso, dal finestrino, a cercare tracce di vecchia ferrata disseminati ai fianchi delle montagne.  Qui si arrampicava una celebre ferrata, che da Lagonegro scendeva la montagna fino alla volta di Spezzano Albanese, una ferrovia spettacolare per paesaggio e alcune opere d’arte, per le ripide rampe, che richiesero l’ausilio di tre tratti ad aderenza artificiale, ed altri al limite dell’aderenza naturale. Complice un week-end allungato, sono sceso con la mia auto a tastare il polso a quelle montagne.

Il paese di Morano Calabro, di cui si scorgono i primi contrafforti, visto dalla ferrovia.
Come mio solito, sono andato alla cieca,senza prendere riferimenti, basandomi sulle uscite dell’autostrada e le statali, e fronti di massima dove la ferrovia, doveva fisiologicamente passare. Due piccoli raid di due ore ciascuno, a scendere e a salire, intensi come ai bei tempi andati, quando si era più giovani, e soprattutto più liberi. Teatro della battaglia il tratto dal valico di Campotenese all’abitato di Morano Calabro.  Premetto che non è stato tutto facile, come il bottino finale potrebbe lasciar comprendere. La “Ferrovia del Pollino”si è lasciato ammirare e alla fine ammaliare, ma, all’inizio me la sono dovuta sudare. Quando esco a Campotenese, già i programmi si capovolgono. Dovrei cercare la vecchia stazione, lì nei paraggi, ma la zona è presenziata dai mezzi dell’Anas allertati in previsione del grande traffico, pronti a smistarlo tra i mozziconi dell’autostrada sotto lavori e la vecchia statale. Come imbocco la statale, e notano che vado con passo lento, apparentemente incerto, mi guardano strano, e forse si chiedono anche costa stia cercando e cosa stia facendo da quelle parti. Decido così di tirare dritto oltre il valico, rimandando l’appuntamento, con la prima tappa che salta per cause esterne. Proseguo per il valico, iniziando la discesa verso Morano. Dal viadotto autostradale avevo notato un percorso poco sopra la statale, e mi sono sempre domandato se potesse avere a che fare con la ferrovia. Ci passo sotto, ma non ho modo di appurarlo, mancando fisiologici punti per il parcheggio dell’auto, tra le curve in discesa. E scendo, due tre tornanti, masticando amaro. Quando, dopo un tornante, scorgo un sedime rialzato delimitato dai classici pali in ferro su un ponticello, accanto alla strada. Alzo lo sguardo davanti, e noto un vecchio casello; dall’altro lato, una galleria. Caspita, la ferrovia! Scendo di un centinaio di metri, fino al primo spiazzo utile. Scendo, imbraccio la Reflex, e risalgo a piedi. In quel punto la ferrovia scende in senso inverso alla strada. C’è una fitta vegetazione, ma mi ricavo un varco, e sono sul vecchio sedime. La prima cosa che faccio, è di esplorare la galleria. Mi incammino per un breve tratto, la galleria a spanne sarà lunga intorno ai 200 metri; però curva a sinistra, e questo fa si che all’imbocco non si veda l’uscita. Non sono dotato di torcia, ma mi incammino, con la luce che si affievolisce alle spalle e la tenebra che incombe davanti. Vedo poco o nulla, ma cammino ancora per qualche metro. Una scommessa personale, che mi porterà finalmente a scorgere i bagliori del portale all’uscita. Percorro la galleria nella sua interezza. Faccio due scatti altro portale, oltre la linea è abbastanza intricata, e in ogni caso il mio obiettivo è risalire a ritroso per completare l’esplorazione sull’altro lato, dove ho lasciato la macchina. Tornato indietro, passo sul ponticello che mi ha rivelato la ferrovia, non senza fatica per via della vegetazione intricata, fino a quando il sedime si apre, nella sua calorosa pietraia. Il paesaggio che si apre sulla vallata sottostante mozza il fiato, i tornanti della statale che si susseguono, la valle aperta, e quel colle in mezzo alla valle sul cui fronte, dall’altro versante, si accampa Morano, di cui si scorgono dei contrafforti in altura. Cammino per un centinaio di metri, in direzione del casello. La cosa particolare è che questo casello non sorge su uno spiazzo accanto alla ferrata, ma più in alto. Per arrivarci, ci sono due ripide scalinate, una per versante. Scelgo quella più a monte, essendo la prima impraticabile. Esploro il casello, la cui area è delimitata dalla classica staccionata ferroviaria. Due stanze al piano basso, entrambe con camino. Salgo pure di sopra, poi mi guardo intorno, c’è un delizioso forno coperto. Culminata la prima tranche di esplorazione faccio due foto panoramiche ai paesaggi, e torno indietro, verso l’auto. Fatto il tornante, percorse alcune centinaia di metri, mi ritrovo un altro casello in alto. Qui però la ferrovia è decisamente più in alto rispetto al livello stradale. Accosto lo stesso, e decido di arrampicarmi sul costone. Qualcun alto si sarebbe accontentato di  due scatti dal basso, e avrebbe tirato dritto, ma quando io dico che certe esperienze voglio viverle e respirarle, non parlo mai a caso. La salita è ripida, ma non troppo complessa, e finalmente riprendo il sedime. Scorgo il casello avvistato dalla strada, e il portale di una galleria. Mentre mi dirigo verso la galleria, getto un sguardo di sotto, e dall’altezza privilegiata del sedime scorso un altro livello di ferrovia che, con un’altra svolta, corre in senso inverso, con un ponticello, un altro casello e un’altra galleria a ridosso. Buone per il dopo, mi dico. Raggiunto il casello, proseguo per la galleria, dal portale maestoso e immacolato. E davanti ci sono dei pezzi di pietra, erosi dagli agenti della natura, che hanno il sinistro fascino di sculture lunari. Entro in galleria, anche questa in leggera curva ma di cui si intravede l’uscita e mi dirigo verso l’altro portale. Alla cui uscita c’è una fitta vegetazione, ma tra le piante si intravede il portale di un’altra galleria. Ed è forte il dubbio che sia il portale a valle della galleria precedentemente esplorata. Torno sui miei passi, e faccio due foto al casello e alla galleria del livello sottostante, precedentemente avvistati. E qui la fretta mi gioca un brutto scherzo, facendomi dimenticare i rudimenti di quando ci si muove in montagna, in terreni impervi e sconosciuti da solo. Inizio a scendere da un fronte diverso da quello da cui sono salito, evitando di ripercorrere il sedime ferroviario, per tagliare subito in basso, e poi ripercorrere un pezzo di statale verso l’auto. Male. Perché arrivato ad un certo punto approdo in una “spinaia” senza via d’uscita, con la strada che è ancora molto in basso, e la ripa che non consente di scendere in basso tanto è ripida e senza appigli. Devo risalire in alto, verso la galleria. Apriti cielo. Il caldo del sole del mezzogiorno, acuito dalla pietraia, la stanchezza sulle gambe e la salita ripida e irta da affrontare. Sento le gambe di piombo. A fatica risalgo, a due passi per volta, di più non riesco. Il cuore mi schizza in gola e alle tempie, batte all’impazzata per la fatica, provo a fermarmi di tanto in tanto, mi siedo e respiro forte,  ma non rallenta il suo battito. Provo per due o tre volte, ma è inutile. Decido allora di raccogliere le ultime forze, e tirare dritto fino alla cima, che tanto solo lassù, quando sarà arrivato,  allentata la tensione, potrò riprendere fiato. Quando scollino mi siedo … e poi inizio a scendere lungo il sedime … piano piano. In montagna è importante mantenere i riferimenti dei propri passaggi, e non azzardarsi in soluzioni estemporanee che rischiano di rivelarsi estenuanti. Ormai anche questa è fatta, riprendo il punto da cui ero salito e sono di nuovo in auto. Sorseggio la poca acqua che mi è rimasta, calda come il sole, ma in quel momento di disidratazione è benedetta. E riprendo il cammino in auto, poche centinaia di metri, ed è di nuovo casello e galleria, stavolta lungo la strada. Due foto di rito … e inizio a contare il bottino di guerra, costato emozioni e fatica, ma tutt’altro che magro. Continuo la discesa verso il paese di Morano, con la statale che inizia a divergere dalla ferrovia internandosi, dovendo far leva su minori vincoli altimetrici. Mentre passo con l’auto, scorso a distanza la sagoma di un bel viadotto, ma che resta internato rispetto al profilo della statale. Sono ormai le 13 e a Corigliano mi aspettano per il pranzo, decido quindi di passare dritto, rinviando l’escursione a un momento più propizio. Lungo la discesa incontro un altro paio di caselli, tra cui quello con la chiara indicazione della progressiva al Km. 70. Alla traversa interna di Morano, mi fermo ad un bivio dove c’è una fontanella che sgorga acqua fresca di montagna. Mi disseto come Dio comanda, e poi riempio la bottiglietta. E’ in quel momento che scorgo, alzando lo sguardo, una strada in discesa e il cartello di “Via della stazione”. Bingo. Ormai sono li. Prendo la strada, scendo, ad un certo punto rinvengo la ferrovia che scende, attraversa un ponticello, e mi trovo di fronte un casello, che preannuncia l’arrivo alla stazione. Che viene in diretta successione. Ben conservata, ma abitata. Parcheggio e mi muovo con circospezione, evitando di fare rumore. Fotografo l’esterno lungo la strada, passo dietro al fabbricato merci, che ancora conserva integra l’indicazione del paese, e mi affaccio sull’altro lato e …diamine. Sopra campeggia spettacolare il paese abbarbicato di Morano. Qui si sono scattate foto che hanno fatto la storia ai tempi della ferrovia e anche in quelli recenti di chi ancora cammina sui resti e i ricordi della ferrata. Mi prendo anche io il mio attimo di gloria, impegnando alcuni scatti, per poi fuggire lesto sgattaiolando, sempre per il timore che esca qualcuno a chiedermi cosa sto facendo con la macchina fotografica in mano.  E qui finisce il primo round con la ferrovia del Pollino che si è si generosamente concessa, facendomi tuttavia sudare caldo e freddo. Imbocco la Salerno – Reggio al casello di Morano e tiro giù fino allo svincolo di Sibari, e taglio verso lo Jonio. E per sabato 14 luglio è tutto.

Il paese di Morano Calabro come appare dalla strada adiacente la stazione ferroviaria cittadina delle ex Calabro - Lucane.
Poi venne martedi 17, tempo di risalita in Umbria. L’idea è uscire nuovamente a Morano, rifare velocemente la strada a ritroso fino al valico di Campotenese, vedendo se riesco a riacciuffare quel viadotto lasciato per strada e la stazione di Campotenese, e poi puntare verso Mormanno. Ma anche qui le cose non si mettono mai per come programmate. Lo svincolo della A3 di Firmo in direzione Salerno è chiuso, e occorre salire con la statale a Castrovillari. E subito sbotto per la perdita di tempo,  a saperlo passavo da Cassano e Civita lungo la vecchia ferrovia. Ma tant’è. Salgo a Castrovillari, e riprendo verso la A3 in direzione dello svincolo di Frascineto. Ma quando leggo Morano a 10 km. di statale, cambio percorso. Ormai ci sono continuo per la strada, che non si sa mai. E infatti … appena dopo Castrovillari, la statale passa sotto un ponticello ferroviario, preceduto da un tratto in trincea. Accosto e salgo. Eccola, la ferrovia! Riprendo l’auto e, poche centinaia di metri lungo la strada, c’è la stazione di Crocifisso, si legge ancora la denominazione verniciata in nero su rettangolo bianco, come quella di Civita. Abitata anch’essa, e senza spiazzo, diamine. 50 metri più avanti sull’altro lato c’è una stradina che si dirige verso un’officina. Parcheggio, lascio l’auto sulla stradina e mi catapulto verso la stazione, ma i i miei movimenti non passano inosservati, tanto che dal piazzale dell’officina vedo una persona che mi osserva, e si muove. Che sia l’attuale inquilino della stazione, che si domanda cosa ci faccio con la macchina fotografica davanti alla sua casa. Uno scatto, per fortuna vien bene, torno in auto e mi dileguo. Arrivo a Morano, risalgo la strada verso il valico, transitando nuovamente davanti al casello al km. 70, e alla curva c’è una strada non asfaltata che conduce ad un’azienda agricola, e giù in fondo, rivedo quel dannato viadotto. Diamine, via su di Panda, che oggi si guadagna sul campo quei gradi che furono della Fiesta. Arrivo fino al bivio con l’azienda agricola e proseguo,  la strada si fa più accidentata, fortuna che l’auto è alta, c’è anche un punto in leggera salita e sconnesso dove l’auto slitta, ma pian piano ce la fa. Poi ci sono frasche, ma ormai il viadotto è davanti  a 100 metri, parcheggio e vado a piedi. Io, le scarpe e la Reflex. E mica stiamo parlando di un viadottino. Quello che ho davanti è il celebre viadotto sul “Carbonaro”, quello che ha le arcate strette ai lati e la grande arcata centrale. E godo. Scatto, scatto, e ancora scatto. Ma siccome non son contento, decido anche di salirci sopra. A quale pro? Non lo so, ma lo faccio. Torno indietro, prendo un pezzo di strada con l’auto, riscendo e mi incammino a piedi. E salgo sopra. Per fortuna dico io. Non tanto per fotografare il viadotto di sopra,  che da sopra sembrano tutti uguali, e sotto il paesaggio non è nulla di trascendentale . Ma da sopra, guardando verso la montagna, di fronte sull’alveo del Carbonaro, c’è un altro viadotto, più piccolo, ma sempre interessante. Due viadotti che si guardano, scendendo la ferrovia fa una curva e riprende per il senso inverso, poi al ponticello, al casello e alla galleria dell’escursione scorsa, per poi scendere verso il paese verso il casello del km. 70. Se non fossi salito sopra il viadotto, non avrei potuto scorgere l’altro, dirimpettaio. Che cerco di raggiungere, ma la ferrovia è una spinaia e desisto. Non si può avere tutto. Riprendo l’auto e torno alla statale, in direzione del valico. E qui mi tolgo un altro sassolino dalla scarpa. Guardando il vallone, verso l’autostrada, scorgo una curva, con un altro casello, e un ponticello. Quindi la ferrovia, nei pressi del valico, passava dall’altra parte,  quasi sotto l’autostrada da cui era impossibile scorgerla, e quella stradina poco sopra la statale, sarà stata un’altra strada, forse la vecchia statale più ripida e lenta, ma nulla aveva a che fare con la ferrata. Sosta e due scatti sono ormai d’obbligo. Affronto il valico, con il portale della galleria statale molto calabro-lucano e punto sulla spianata di Campotenese, con cui ho un conto in sospeso. Ma siccome i piaceri, come i problemi, non vengono mai da soli, poche centinaia di metri prima, scorgo un bel casello, seminascosto dalla vegetazione, ma ben conservato, con in vista il numero della progressiva km. 61. Che ovviamente non passa indenne alla mia ricognizione. Proseguo, proseguo, verso lo svincolo della A3, ma la stazione di Campotenese sta nascosta. Proseguo verso Mormanno, fin quando la statale fa la curva. Vedo all’interno la torre idrica. Stavolta sei mia. Torno indietro, mi fermo allo spiazzo davanti lo svincolo, mi reco al bar e prendo una bottiglietta d’acqua. E poi imbocco la stradina per l’interno. Intorno ci sono case abitate. Eccola, Campotenese. Lo spiazzo antistante a mo’ di giardino – piazzetta. E’ abitata. C’è anche la parabola. Due foto a distanza e poi passo davanti al fabbricato merci, che sembra adibito a chiesetta (c’è scritto “Madonna della Neve”). Il fabbricato invece è abitato, e dall’interno sento rumori di pentole. Cammino davanti, ma fuori dall’area ferroviaria, verso la torre idrica, e inizio a fare foto, due tre quattro. Ormai è fatta. Esce una signora. Faccio il vago, e simulandomi ignorante gli domando se è la vecchia stazione. Mi risponde di si. Gli domanda se è adibita a circolo o a qualcosa d’altro, e mi risponde che no. È abitazione privata. Chiedo scusa per il disturbo e gli dico che ero li perché sulle trace della vecchia ferrovia. Risponde che non è un disturbo, è anzi un bene che le persone si interessino ancora a certe cose. Torno in auto, e prendo l’autostrada per casa. Anche oggi è andata, due ore sulla vecchia ferrata, più liscia e con meno fatica dell’altra volta. Ma sono le 12:40, e io ho ancora 5 ore di viaggio per tornare a casa. Conscio che se continuassi, passerebbe serata che sarei ancora li nei paraggi a fotografare cimeli. Niente Mormanno per stavolta, anche se, passando davanti al paese, scorgo il viadotto sotto l’autostrada. E’ sempre li. Sarà per la prossima volta.

Si, lo so, voi volete le foto della ferrata. Facciamo così, per ora questi scatti costati avventura, tempo e sudore, li conservo gelosamente nel cassetto, con la premessa che presto salteranno fuori, quando inizierò a parlare sistematicamente di là della "Ferrovia del Pollino". Ma poiché non sono bastardo, una chicca ve la concedo.


I tornanti della discesa da Campotenese a Morano Calabro, ripresi dal sedime della ex ferrovia FCL del "Pollino" Lagonegro - Spezzano Albanese.
A degna chiusura del racconto di una giornata memorabile, la colonna sonora che mi ha accompagnato in quei momenti di esplorazione. Il basso ostinato di Fernandez disegna i massicci rocciosi, mentre la chitarra, malinconicamente suadente, tratteggia la ferrovia che si dimena lungo le ardite rampe in discesa verso Morano.