venerdì 21 settembre 2012

Un posto che si chiama Arrivederci


La grande nazione indiana dei pellerossa d'America annovera tra le sue file la tribù dei "senza popolo" e dei "senza nome", uno sciame di lupi solitari che viaggiano soli per i quattro angoli del continente nordamericano per professare il proprio stile di vita, anarchico e solitario, in piena comunione con il cielo, la terra, e per alcuni di loro, con il proprio cavallo, unico vero amico e compagno fedele di un cammino, di un'intera esistenza. Gente che giunta ad una certa età abbandona il suo campo per non farvi più ritorno, per sciogliere non i propri legami di sangue, ma i legami sociali, tribali, di casta, ereditari, come ereditario è quel mondo, quel modo di vivere in cui non riescono a specchiarsi. Nella società moderna occidentalizzata del duemila, globalizzata e ideologicamente collegata nelle sue varie componenti, esiste al pari una grande tribù trasversale alle divisioni economico-classiste di cui questa è composta, che va dalla prostituta al drogato, passando per l'impiegato modello. Una moltitudine di persone sparse nei più svariati angoli del globo, uniti da un'uguale speranza, illusione, utopia, visione. Gente destinata a condurre una vita comunque randagia al di là del proprio benestare, a rovistare tra gli angoli bui del proprio essere, a vivere ai margini di questa società in cui non trova motivi di comunione e identificazione. Fabrizio ha dato voce a questa marea di anime che dal balcone del primo piano o sopra una quercia, davanti al cerchio di un pozzo o in un campo di papaveri rossi, alza gli occhi al cielo manifestando la stessa ansia di ricerca: "Quella di vivere in un mondo che non deve essere necessariamente più giusto o migliore, sicuramente più ricco di significati e aderente al proprio modo di sentire e percepire, una vita scelta, costruita, voluta, non predestinata e immutabile nei suoi elementi". Perché, non dimentichiamocelo, la vita, prima di poter essere o divenire un meraviglioso dono è un'eredità, e a certe condizioni di origine, alquanto pesante e gravosa, cui sovente fatichiamo a raddrizzare e a modellare con le nostre azioni secondo le nostre sembianze. Una scelta che qualcuno ha posto in essere per noi. Da questo passaggio fondamentale, troppo spesso ignorato, si snoda la dimensione del Faber uomo, artista, poeta, anarchico, sognatore. Le sue creature, estrapolate dalla vita che ci scorre davanti ogni giorno, acquistano un'intensità e un vigore nuovo, ripulite della miseria e della mestizia quotidiana, un'umanità che sfugge sotto la luce malata del sole, come quella "lettera vera di notte e falsa di giorno". Non più canto di un momento, delirio episodico, ma ragione e sostentamento di un'arte e di una speranza di cui, oggi, siamo a piangerne il mancato rinnovarsi.