giovedì 28 novembre 2013

Momenti

Momenti che si rincorrono, e raramente "combaciano". Perché non li lasciamo posare. Per la convinzione di inseguire il momento avendo la presunzione di fermare il tempo. Quale tempo poi non si sa, non certo il nostro.

Siamo noi a doverci fermare, mentre il tempo continua a girare. Isolare l'intorno per occupare il giusto spazio. Il Nostro. Finché vive e respira. Noi ci siamo, ma per chi e per cosa, se non per noi stessi?


Carpe diem? No, l'esatto contrario. Non affannarti a cogliere l'attimo, lascia sia lui a circuirti e avvolgerti. Fino a pervaderti. E sarà pronto per essere tuo ."Sedendo e mirando" che è un guardare pensando, dal di dentro.

Cogito Ergo Sum? Facciamo l'inverso. "Sono", dunque penso e faccio, vivo e respiro, cerco e amo. Anelo e bramo. Dal pensiero poetante alla poesia pensante. Fino allo scacco del pensiero, oltre il quale si manifesta l'Infinito.

Poi ci sono loro, che si piazzano lì, nel bel mezzo. Ma il paesaggio si apre, e tu trovi comunque il tuo varco.

(Un grazie a Vittorio Lascala e Morena Fratto per esser stati, al contempo, "attori spettatori" e "inconsapevoli protagonisti").

Post scriptum:

Era una ferrovia, ma i treni non passano più. Tu il tuo non l'hai ancora perduto, né sei salito su quello sbagliato.

mercoledì 30 ottobre 2013

Deadwing

Poi inserisci quel CD nel lettore, traccia n. 3, "Lazarus", mentre parte la musica metti in moto e ti avvii lungo la strada. Ma quando Wilson inizia il cantato, il pensiero ti balza via lontano. E' una sequenza di pochi interminabili istanti che ti proietta sulla cremagliera di Catanzaro. E pensi a quell'amicizia, che poggia su ingranaggi semplici, eppure solidi e collaudati. Che tra loro si incastrano e ti tirano su. Non capisco se è il sole che abbaglia sul vetro che mi fa vedere e pensare questo. Mi desto un attimo, ma ci ricado dentro. E vedi il 3811 proveniente da Taranto entrare in curva e incrociare col Murge. Che non è un proprio un treno qualunque, ma l'origine di un lungo viaggio che non resta mai a secco di tracce e gasolio. Quel mascalzone che entrava in deviata sul 2 a Torre Melissa, quel nome che lui mai vorrebbe pronunciare, tanta è la voglia che ha di tirar dritto. Ma cosa sono questi pensieri, è la malinconia della musica a dettarli? Si cambia registro. Avanzo alla traccia n. 7, "Open Car", potente  e ruvida, è un'altra storia. E vedi Crotone e il suo porto, la strada che dribbla Marchesato e Val di Neto, e ti manda dritto in porta a tu per tu con la Sila. Ma dal mare alla neve quanda strada c'è, e quante stazioni in mezzo in cui fermare? Tutto questo è semplicemente assurdo. Retrocedo alla n. 5. "Arriving somewhere (but not here)". No, questa volta non siamo insieme, ti osservo da lontano, perso in qualche treno che osservi il mondo dal finestrino. Che è senza periodicità, ma in perpetuo moto. Migliaia di chilometri per chilometri di pensieri. Che non pronunci ma mastichi nel tuo animo. L'animo di chi non si è mai lamentato, anche se dalla vita non ha avuto tutto in regalo, e qualche volta come una biglia in un flipper non sapeva nemmeno dove sbattere la testa per andare a stanarlo. Ma la canzone è lunga, più della somma delle due altre. E noi non ci perdiamo d'animo, ci ritroviamo a Terontola in una notte di fine marzo. Quella in cui, per la prima e unica volta, ti sei un po' confessato. Mi piace pensare che quell'episodio ti abbia aperto un varco. Quello che so, è che tempo tre sere, quattro al massimo, in quel di Lido la tua vita ha cambiato passo.

E allora "ciccio",  cambiamo CD ...

mercoledì 23 ottobre 2013

Pensieri di andata ... e ritorno

Quest'anno è andata così. Ha richiesto molte soste in linea, attimi che mi hanno lasciato aggrappato a me stesso, guardando fuori e attraverso. Dove certi pensieri si sono ravvivati e schiariti, scorrendo, al contempo, a velocità rallentata. Viscosi, più che fluidi. Una sorta di aritmia emotiva, talvolta temporalesca, altre plumbea, capace di destarmi e arrivare persino a soggiogarmi. Galleggio e vortico. 

Quest'anno è stato a tratti terribile, costellato di eventi capaci di marchiarmi la vita fino a raschiare l'anima, eppure adesso che sta inesorabilmente volgendo al termine, non sono così convinto di desiderare che passi in fretta, e finisca. E' strano, ma è così. Alle volte vorrei fermare il "tempo", e le emozioni contenutevi dentro. Per questo cerco luoghi sospesi e irrisolti, in cui fermarmi e talvolta tornare, mentre continuo ad andare avanti. Per questo coltivo e fermo immagini da mettere accanto e davanti alle stesse parole, in grado di suggerire spazi, tracciare rotte e aprire varchi in cui infilarmi. 

Non cerco più pagine da voltare, scatto istantanee e attendo righe da sottolineare e imprimere a mente. E qualche foglio bianco da inchiostrare, che le lacrime non versate sono di luce e sale, e pure traboccano di colore, lassù. oltre le nuvole.

domenica 6 ottobre 2013

Basilicata: andata e ritorno

 *
Altri 500 km e 6 ore di viaggio alle spalle, e non sei affatto stanco nonostante ti sei messo alla guida dopo una giornata di intenso lavoro. Metterti in strada ti rigenera il corpo e l'animo, ti basta avere orizzonti da raggiungere, spazi da colmare. Da Sicignano ti interni e scivoli via nella notte sul nastro d'asfalto, tagliando l'intera Basilicata, come la lama di un coltello che morbida affonda nel burro. E leggi quei nomi che pesano, Balvano, Brienza, circuendo Potenza di luci appollaiate nel buio, mentre i cartelli ostinati indicano Metaponto che profuma di mare e Magna Grecia, richiamando le magie delle terre d'Oriente. Ferrandina, Pisticci, Craco, come prima Picerno e Tito ogni svincolo richiama uno scalo ferroviario. Quante notti ci sei transitato a bordo di quell'espresso. Il mondo fuori avvolto nel silenzio sa essere immenso e magnanimo.

 **
E venne il tempo di rientrare. Della sortita a Matera annegata sul nascere da una pioggia scrosciante. Della deviazione dalla Basentana davanti alla stazione calabro- lucana di Ferrandina filtrata sotto le maglie di catene d'acqua. Del passaggio in mezzo alle guglie delle Dolomiti Lucane, fasciate da sottili nebbie di umidità evaporante. Un paesaggio mistico pian piano rasserenato dalla certezza di un prossimo ritorno. E quella consapevolezza nuova di parole e immagini che il pensiero ha scorto nuovi spazi in cui migrare.

lunedì 23 settembre 2013

Sketches of Calabrian's railways

Con una punta di disagio torno, dopo mesi di introspezioni personali, a parlare di ferrovie. Avevo perso interesse a parlare ed occuparmi proficuamente di treni, conscio che il tempo delle progettualità era finito da un pezzo, ma anche perché impegnato in un momento di profonde vicissitudini interiori. E, parliamoci chiaramente, negli ultimi tempi, mi risultava sempre più faticoso scendere in Calabria con il treno. Senonché proprio questa ultima discesa del fine settimana passato, per motivi di servizio, mi ha fatto tornare il sorriso in bocca. 

Questa volta avevo deciso di sacrificarmi alzandomi all'alba (anzi era ancora notte fonda alle 4:30) per prendere il reg 2321 per Roma delle 5:45 (orario Terni FS) con arrivo alle 6:48, in modo da prendere in tempo l'IC 723 Roma Termini - Palermo/Siracusa delle 7:39, su cui avevo trovato un'offerta in 1° classe al prezzo della 2° (e se le mie scarse conoscenza non mi ingannano mi è forse capitata anche una ex GC), anche perché, oltre alla suddetta offerta, avevo riscontrato un sistema di coincidenza valide e strette per arrivare presto a Sibari, senza perdere le ore sui marciapiedi. Al punto da voler sacrificare anche un'ipotetica gita in quel di Marzi, proprio per non vanificare questo vantaggio. Nella fattispecie, il mio IC 723 era previsto da orario alle 12:20 a Paola; dove avrei trovato il 22471 per Castiglione Cosentino alle 12:35 (15 minuti di cambio), dove, arrivato alle 12:51, avrei atteso il reg 8504 Cosenza - Sibari alle ore 12:56 (appena 5 minuti). La coincidenza era assai stretta, ma apprezzavo il tentativo di costituire un efficace sistema di coincidenze e cambi, senza dispersioni di tempo, per realizzare questa trasversale dell'alto jonio mai decollata. Alla resa dei conti, l'IC 723 è arrivato a Paola con 5 minuti di ritardo (12:25), il reg 22471 è partito grossomodo in tempo per Cosenza, con il suo complesso di ALe 562 (si finalmente le ho provate), ed è arrivato pinto pinto a Castiglione, complice una fermata all'interno della Santomarco, alle 12:55; il reg da Cosenza per Sibari sarebbe arrivato all'incirca 3 minuti dopo. Puntuale l'arrivo a Sibari alle 13:50

L'altra cosa piacevole è stata vedere una certa gioiosa vivacità di presenze, e di collegamenti, a Sibari, a voler finalizzare questo sistema di coincidenze. Arrivati sul binario 5 dello scalo sibarita, sul 4 era pronto il 3733 per Catanzaro Lido delle ore 14:00 (quindi attesa di appena 10 minuti per chi veniva da Paola e Cosenza); io mi ero accontentanto di arrivare presto a Sibari al punto di non aver verificato le coincidenze con la jonica, facendomi venire a prendere a Sibari, ma volendo, con un cambio e una modesta attesa, sarei potuto scendere direttamente a Corigliano; poi la 668 arrivata da Cosenza sarebbe entrata in turno come reg 12704 per Metaponto delle 14:03. E a Sibari ho riscontrato una certa vita, oltre che l'embrione di un sistema di collegamenti che, sebbene ancora insufficienti, hanno dato un segnale chiaro che, quando i treni sono organizzati bene, viaggiare in treno è ancora possibile senza fare ancora salti mortali. In questo caso da Paola - Cosenza, si è imbastito un bel sistema su Metaponto/Catanzaro Lido che ha visto Sibari svolgere quel ruolo naturale di crocevia che gli era sempre stato assegnato. Sarebbe stato interessante imbastirlo su Taranto, più che su Metaponto, di questi tempi, e soprattutto, dopo il deserto visto a Sibari negli ultimi miei viaggi, sembrava quasi di assistere ad un miraggio.

martedì 27 agosto 2013

La leggenda del Pollino (reprise)



Mentre immergevo i piedi nell’acqua cristallina e, liscia come una tavola, del mar  Jonio, il mio sguardo si perdeva tra le creste sfumate del Pollino. Percepivo un’intima dissociazione tra il gaudente chiasso che mi circondava e il mio contingente bisogno di raccoglimento e riflessione. Cercavo un anfiteatro naturalmente sospeso, nel tempo come nello spazio. Dove poter respirare. Sentire i ronzii del pensiero uniformarsi ai battiti del cuore, rallentare, fino al ciglio, della storia come della vita. Così vicino eppure così lontano, in una parola, defilato. E’ accanto, ma è un altro mondo. Ci sono i paesi, ci sono le strade. Poi ci sono quei tagli trasversali in evidente discesa, che mozzano il fiato. Sgattaiolano davanti allo sguardo come animali impauriti che sbucano dalla vegetazione e come lampi svaniscono, dandoti la sensazione di aver  preso un abbaglio. In quelle fenditure curvilinee erano posati dei binari, dove un tempo transitavano treni che trasportavano persone e cose, e qualche bagaglio pieno zeppo di sogni e germogli di lacrime.

Quando accosto la macchina, e mi avventuro in quei sentieri, mi sale il cuore in gola. Come un archeologo che  rinviene le tracce perdute di Atlantide. Ce ne sono di meraviglie da portare nuovamente alla luce. Anche e soprattutto dentro noi stessi. Adoro questi momenti di ricercata solitudine, in cui non voglio nessuno intorno per godermi a pieni polmoni queste boccate d’interiorità dilagante, che repentina gorgoglia. Adoro cercarmi quegli spazi fisici dove questo fatalmente avvenga. Luoghi del mondo e dell’anima. Chi ha paura di restare solo, chi insegue disperatamente e disordinatamente gli altri, chi ha paura del silenzio e del precipizio, non scalerà mai se stesso. Resterà appeso in eterno in balìà degli umori e del vento.

Aspettare sé stessi è l’unica coincidenza ammessa.

lunedì 22 luglio 2013

La leggenda del Pollino

Viadotto sul Battendiero tra Papasidero e Mormanno
Sono passati sei mesi da quando ci hai lasciato. Ricordo gli ultimi concitati e flebili istanti, quando hai tentato di dirci qualcosa, e le parole ti sono sprofondate in gola come macigni staccati dalla parete rocciosa e rotolati a fondo valle. Poi il silenzio, eterno. Ogni tanto provo a chiedermi cosa volevi dirci negli ultimi aliti di vita terrena, ma invano. Resta il dolore muto, incastonato tra le pareti di rabbia e impotenza su cui si erige, maestosa, la Vita. Costruiamo ponti dall'Infinito al Nulla, in cui transitare e affacciarci nel vuoto a urlare il nostro sconforto. Devi restare solo e indifeso, per sentire l'abbraccio della Natura. Che ti accoglie come la Madre che ti ha donato la Vita e portato alla Luce, in una promessa di incondizionato Amore, che fa suo ogni tuo vagito.

Aliti di Vita tra le pietre dell'Oblio


Il "peccato originale" dell'Uomo risiede nella sua scarsa "memoria" che gli fa abiurare la sua "ingegneria" del limite applicata alla "fantasia" con cui affronta il bisogno, per poi rinnegare la sua "opera" in una giudizio di utilità che si fa "storia", prendendo le distanze da sé, sancendo definitivamente la propria condanna. Degli spazi e pertugi che la Natura offre restano solo cicatrici e ferite, che pure Lei gelosamente conserva. Perché tra la storia e la memoria passa la vita, qualcosa che si anima e prende forma, oltre lo Spazio e il Tempo,  il Dolore e la Gioia. Perché una madre perdona gli errori al proprio figlio, proteggendolo dalla sua capacità distruttrice, perché nei suoi sogni, progetti e visioni rinviene lo sguardo per guardare oltre le gelide nebbie dell'Oblìo. Una fede primordiale e uterina, al contempo acerrima e incondizionata. 

Sopra il viadotto calabro - lucano sul Battendiero, con il paese di Mormanno appollaiato sulla montagna
La Fede dell'Uomo vacilla quando resta sospesa nel Vuoto dei suoi Dubbi amletici, esistenziali. Si pianta, alla ricerca di appigli concreti, tangibili, più saldi della sua stessa Vertigine. Chi siamo, dove siamo, perché. Ieri, di ritorno sulla strada di casa, mi sono fermato alla piazzola dell'autostrada. Lì dove sovente ho gettato l'occhio, e lo sguardo ha sempre raccolto. E mi sono affacciato, nella verde valle tagliata di traverso da un ponte dimenticato. La Natura mi ha chiamato, e, senza fare domande, mi sono incamminato. Ci sono salito sopra e l'ho attraversato, e, con molto timore, affacciato. Ricordo lo scrocchiare delle pietre sotto le scarpe, fiori e sterpaglie baciati dal sole e carezzati dal vento, il paese di Mormanno addormentato sulla montagna, e un cielo buio rotto da tuoni e lampi ad alcuni chilometri di distanza, verso Laino Castello e Borgo, dove di lì a poco mi sarei recato. Perché qualcuno lassù mi stava chiamando. E la Natura stava aprendo un varco. Per ringraziare mia madre per quello che ha fatto e quel che mi ha lasciato, che ogniqualvolta perderò il binario, rimarrà salda la terra su cui ho camminato.

L'occhio della Natura 
Un giorno racconterò a mia figlia la leggenda dell'uomo solitario sul Pollino. E dei suoi ricci si riempirà la vallata.


venerdì 19 luglio 2013

Giusto 4 accordi ...

E devi partire e si è messo a piovere forte, ma in fondo che importa, devi giusto fare 600 km di strada. Se saranno abbastanza per aiutarti a smaltire amarezza e rabbia Dio solo lo sa.

"Four Chords That Made a Million" è un brano dei Porcupine Tree apparso nell'album "Lightbulb Sun", musicalmente non uno dei più memorabili che la band abbia scritto, eppure concettualmente, quel "quattro accordi ne fanno un milione" è un'ottima scuola di pratica quotidiana,. Perché per quanto ci giriamo intorno e piangiamo addosso, tramiamo e ordiamo sui nostri problemi e passioni, ricamandoci sopra alibi e scuse, alla fine sono poche le regole, o meglio, i principi di buon senso, che la nostra vita ci impone di applicare e reiterare, con una certa costanza. Il resto, indipendentemente dall'intensità che gli attribuiamo sul momento, sono piccole, infinite variazioni dello stesso tema.

Io vorrei trovarli quei quattro accordi capaci di cristallizzare il dolore che provo per cosi frantumarlo, sbriciolarlo, fino a ridurlo a polvere inerte. Ma ho l'impressione che almeno uno di questi sia alquanto mobile e variabile, si sposta in continuazione, come una nuvola sulle tue spalle, spostando continuamente la messa al fuoco verso il divenire. Lasciandoti galleggiare in uno spasmo viscoso, che lascia una strana e sporca sensazione addosso. Con la musica che inganna non aiuta.


mercoledì 12 giugno 2013

Life...Land



Come un'aquila sorvolo le Praterie del Tempo, nel cielo oltre le nuvole, dove tutto è limpido e nitido, roteando lentamente sulla mia preda. Quel Senso della Vita che interseca il mio cammino, che in parte mi è franato davanti. E nell'alleggerirmi di tristezze e dolori, nel tentativo di riallacciare il filo spezzato, mi rendo conto di quanto, nei gesti, nei viaggi, nel riprendere certe musiche e certi percorsi, stia costruendo un ponte tra la mia adolescenza di figlio, e l'attuale condizione di padre. Per una madre che ti abbandona, c'è una figlia che cresce davanti ai tuoi occhi, spensierata, gioiosa, allegra, e tu hai il dovere di proteggerla nella serenità e il diritto di crescerla aiutandola nella ricerca della felicità. Sembra che il tempo non passi mai, salvo poi svegliarti un giorno e accorgerti come sia volato via, lasciandoti a terra, sbigottito e attonito.

Il compleanno di Eleonora è stata l’occasione propizia per raccogliere pensieri e fare i bagagli, lasciando alle spalle alcuni mesi a dir poco terribili. Nel disegnare un ventaglio di destinazioni intorno al parco di Gardaland, mi sono accorto di come questo “ponte generazionale” con il passato poggi le fondamenta entro precisi recinti di tempo e spazio. Era l’estate del 1987 quando trascorsi le vacanze sull’Appennino Tosco-Emiliano, tra Bologna, Firenze e Prato. Conservo tanti bei ricordi di quel periodo, visto e vissuto con gli occhi di un quattordicenne con l’esame di maturità alle spalle, e luoghi nuovi e inesplorati davanti. L’aver spostato il baricentro di 250 km. in direzione nord, apriva tante possibilità di viaggio da effettuarsi in giornata. Fu quell’estate li che vidi per la prima volta Firenze e Bologna, Verona e Padova, Venezia, persino Gardaland, che all’epoca era poco più grande di un luna park, però aveva le montagne russe con i “giri della morte”, e non c’era niente di simile in altre parti d’Italia. Fu anche la prima a Firenze Santa Maria Novella, Bologna Centrale, Verona Porta Nuova, Padova Centrale, Venezia Santa Lucia, al monumento dei caduti per la Strage dell’Italicus vicino alla stazione di San Benedetto Val di Sambro, posto lungo la strada che dallo svincolo di Roncobilaccio mi conduceva a Castiglione dei Pepoli, dove soggiornavo. 

Era un periodo di curiosità e immaginazione fervida, di paragoni e comparazioni; solo l’estate prima eravamo stati in Germania, a Monaco, Stoccarda, Karlsruhe, Mannheim, Francoforte, Bonn Colonia, in Austria a Innsbruck e Salisburgo, in Belgio a Liegi, in Svizzera a Zurigo. Avevo visto cose, all’estero, che mi avevano impressionato, e mi veniva naturale fare paragoni, spesso impietosi, con alcune delle principali città del centro-nord Italia. Ricordo di aver pensato a quanto ridicole  apparivano le battaglie nostrane tra Nord e Mezzogiorno d’Italia quando, servizi alla mano, rispetto ai medi standard tedeschi, anche Milano appariva profondo sud. Le catene di Wertkauf, Bauhaus, Kaufhof, le “Hauptbahnhof” di München, Stuttgart, Frankfurt am Mein e Köln, le “Untergrundbahn” le “Stadtschnellbahn”, il concetto di bene e servizio pubblico. Fu uno shock culturale che mi aprì molto la mente, insegnandomi a non limitarmi a quello che avevo davanti agli occhi, a cercare, desiderare vedere e conoscere, capire e provare, che nulla ti cade in mano e per caso.

Era bello d’estate raggiungere papà nel luogo dove lavorava e starci insieme un paio di mesi, lontano da casa; scoprire gli intorni. Fino all’asilo vivevamo con lui, lo seguivamo ovunque il lavoro lo portasse. Infatti feci l’asilo a San Vincenzo, tra il 1976 e il 1978, quando mio padre lavorava a  Piombino; lo seguimmo una ventina di giorni a Genova a fine estate del 1979, quando fu trasferito a Cornigliano. Poi io iniziai le scuole elementari, a settembre dello stesso anno, e con mia madre rimanemmo a Terni, e papà, ovunque fosse, ci raggiungeva il fine settimana. L’estate era l’unico momento di tregua e ricongiungimento, in cui potevamo stare insieme senza dover contare le briciole. Ovviamente questo non avveniva ogni anno. Tutto dipendeva dalla sistemazione che mio padre trovava in loco; in alcuni casi era preferibile qualche pensione in convenzione con i pasti, e allora ci usciva solo qualche giorno di vacanza. Altre volte invece, quando le prospettive di lavoro erano più a lungo termine, o i luoghi non erano così ben attrezzati di hotel e pensioni alla buona, gli conveniva affittare casa, e allora questa diventava la nostra meta di vacanza per l’estate intera. Così ho passato due intere estati a Nettuno a cavallo tra le scuole  elementari e medie, due sull’Appennino Tosco – Emiliano a cavallo tra le medie e superiori, e due in Sardegna ai 17 e 18 anni. 

Non è che voglia trovar coincidenze ad ogni angolo e a tutti i costi, però tutte le tappe di questa vacanza di maggio riportano a quell’estate del 1987. E se in alcune di quelle città ci sono tornato altre volte, a Venezia mancavo da allora, in cima alla Torre degli Asinelli anche. Sono passati 26 anni, ma sembra ieri. Veder salire Eleonora come un capriolo su quei 500 gradini di legno e altrettanti a scendere, cigolanti e addossati alla parete, mi ha emozionato e fatto stringere il cuore. Lei che solo la sera prima, guardando la torre dal basso arrivare in cielo, per un attimo aveva avuto paura. Perché in cielo ci vanno le persone che muoiono, e che una volta lassù non tornano più giù. 

Quando torna la nonna da noi, papà?” mi chiedeva mia figlia, non più di un mese fa, quel giorno che volle accompagnarmi a portare fiori sulla tomba di mamma.

Amore, la nonna non torna. Chi muore va in cielo, con Gesù e gli Angeli. Tra tanti anni ci andremo su anche noi, e troveremo tutte quelle persone che non ci sono più”, gli risposi.

Eleonora aveva ricordato, e per un attimo il suo volto si era scurito, e non voleva più salirci lassù a toccare quel cielo da cui non si scende. Ma il giorno dopo era lì, davanti a tutti, a salire dritta sulla schiena della torre storta alta cento metri. Chissà se è stata la nonna a chiamarla, per averla un attimo più vicina, arrivare a dargli una carezza.

Ho cercato di destreggiarmi tra il passato di figlio e il presente di padre, recuperare dettagli del passato e scriverne di nuovi. Come i tre giorni consecutivi ai parchi divertimento di Mirabilandia e Gardaland, dove ho provato a insegnare a mia figlia il modo di affrontare e vincere le paure giocando. Vederla precipitarsi giù con lo zatterone dai 27 metri di altezza del Niagara a 70 km/h tenendosi stretta stretta con gli occhietti chiusi, e poi tutta gasata ripetere “Ancora, facciamo un altro giro! Ancora!” mi ha riempito di orgoglio, quando una settimana prima aveva paura di voci e rumori dentro il Castello di  Mago Merlino. E poi sentirsi dire: "Grazie per avermi regalato il compleanno più bello che potessi desiderare".

Li ho realizzato che stavo ripetendo, a mio modo, con i miei tempi e passi, quel che papà aveva tentato di fare con me, con discreto successo. Mostrare i luoghi e le strade, desiderare di andare, per conoscere e vedere oltre, mettendo in mano strumenti utili per leggere e decifrare, pensare e scegliere, fino a decidere con la propria testa. Lasciando  liberi di camminare, senza inculcare o imporre alcunché. Che è poi quello di cui gli sarò sempre grato per i giorni a venire, al di là delle divergenze caratteriali e generazionali, che ci hanno spesso visto su fronti opposti. Gli devo molto, se non tutto, della persona che oggi sono, per queste possibilità concessemi da dietro le quinte e restando in silenzio, senza pretendere nulla in cambio.

Da quei giorni al parco siamo usciti tutti più forti e uniti. Che dire di Agata, terrorizzata dal pensiero delle montagne russe, che ci è salita sopra da sola, mentre io controllavo Eleonora. 

Venezia, fa storia a sé. Ho provato ad improvvisare e cambiare, sostituendo Murano con il giro in Gondola, ma qui siamo oltre il regno dei significati, come i binari della stazione Santa Lucia che si affacciano sul Canal Grande. O il Ponte della Libertà che collega lagune ed isole alla terraferma dove automobili e treni passeggiano affianco, circondati da mare e gabbiani. E’ un’esperienza sensoriale, prima che conoscitiva, emozionale, prima che mnemonica. E qui mi fermo, perché tra queste parole ho sorriso e pianto, ho rincorso il bambino e trovato l'uomo. Percorrendo quel filo sottile e sospeso tra le emozioni che tornano e i momenti che non si ripetono. La chiamano Vita, e come i giri di giostra, può trasmettere adrenalina, oppure tanta paura.

giovedì 23 maggio 2013

Live to Tell


Domenica scorsa, tornando da Venezia, durante la cena in un autogrill a ponte sull'autostrada, volgendo lo sguardo all'esterno, un velo di tristezza mi ha avvolto. E' durato un attimo, lo scheggiarsi di un frammento, il posarsi di un sibilo. Qualche ricordo deve avermi inconsciamente attraversato l'animo, inciampando, come l'ultimo raggio di sole sulla via del tramonto. Poi mi sono rasserenato, confidando sul fatto che la rievocazione, anche  malinconica e nostalgica, di un episodio del passato presuppone l’intensa partecipazione allo stesso nel momento  in cui fu vissuto. Noi viviamo anche per  raccontare e  trasmettere, e non c’è niente di peggio di non aver nulla di autentico da preservare, che valga la pena di essere ricordato, e tramandato. Parafrasando Faber, “è meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati".


Tutto bello, tutto vero, ma con le verità di carta non ci attraversi  il vuoto quando, di colpo,  ti svegli sul ciglio di un burrone. Quando, come oggi, dovresti festeggiare il compleanno di qualcuno che ci è caduto dentro, e non può più risponderti. E tu cerchi in cielo, ma trovi solo nuvole, che galleggiano in squarci di muto dolore.

Rita Lotti in Mancini da Roccaporena mi perdonerà se non provo giubilo nel festeggiare la sua ricorrenza, ma per me il 22 maggio è una data scolpita su una tomba fresca, in cui portare quelle rose tanto care alla Santa di Cascia.

Tanti auguri Mamma.

giovedì 2 maggio 2013

She's a rainbow...


Il colore devi trovare il modo di dartelo, a costo di andarlo a stanare in fondo al tunnel. Che ci pensa la vita a mostrarti il bianco e il nero, il giusto e sbagliato, il buono e il cattivo, seppellendoti sotto una montagna di grigio cenere. Ci vantiamo di essere una specie evoluta, “pensante”, dotata di cervello e sensibilità, mente e cuore, in grado di perseguire il bisogno e il piacere, salvo poi farci condizionare dalla quotidianità, al punto da appiattire ai suoi dettami le nostre valutazioni.

A ben guardare, è sempre il fattore tempo che ci frega, non quello che corre dietro alle lancette,  quanto la sua diretta derivazione, quella porzione di vita che resta sospesa e in noi si stratifica, assumendo a valle la forma di inedite rotte e le sembianze di nuovi significati, ai nostri passi. E’ che non basta voler pensare per riuscire compiutamente a farlo; bisogna fermarsi, e riuscire a smarcare il pensiero da condizionamenti vari.

Questa cosa l’ho capita quando ho iniziato a scrivere. Che, ad entrarci dentro, assomiglia più a un faticoso cammino che ad un prodigioso abbaglio. Vista da fuori pensi all’ispirazione, all’interruttore che si accende e getta luce nel buio. Sarebbe bello fosse così, forse diventerebbe anche banale, l’atto creativo, frutto di un solo istante di divinazione; non fosse altro perché finirebbe con il dare ragione a chi asserisce che, della vita reale, solo pochi attimi valgono la pena di essere vissuti. Quanti giorni ho passato a fissare il foglio, facendo mulinare i pensieri, a volerli amalgamare, levigare in un qualcosa che continuamente sfuggiva. E mi veniva in mente l’immagine dello scultore che ha il suo bel blocco di marmo, squadrato; lui ha in mente l’idea di cosa vuol fare, ma questo prende forma e vita solo dopo vari colpi e ritocchi, e molta materia finita a terra. Allora inizia ad assumere una fisionomia, ed è probabile che, anche chi l’ha pensata quando ancora era nel blocco, la vede in modo diverso da come la immaginava, e questo influenzerà il suo lavoro. Me li ricordo i miei pensieri, i miei versi, piallati, saldati, legati, lasciati a macerare e a consumare. Le parole amate e quelle ripudiate, persino quelle perdonate. Non c’è nulla di  scontato nella vita, come nel cammino di chi crea. Niente di davvero gratuito.

E’ che la nostra vita corre a doppio binario; c’è la quotidianità con i suoi condizionamenti che sa di bianco e nero, e molto grigio in mezzo; e c’è la nostra intimità fatta di desideri e aspirazioni, sogni e aneliti, a volerla continuamente trascendere. E mentre andiamo avanti, lungo il sentiero rigido costruito perlopiù dagli altri e condizionato dagli eventi, quella parte di noi si sposta di lato, di sopra o di sotto, gira su se stessa. E questo moto, gratuito e parallelo, alle volte invocato, molto spesso riflesso incondizionato del nostro volere e pensare, dona profumo e colore in prospettiva ai nostri passi. Viviamo al contempo in diretta e in differita. Per questo siamo sempre incompleti, in anticipo o in ritardo, molto raramente sul tempo.


Siamo spugne senza accorgercene; registriamo i superficiali sbalzi d’umore che imputiamo a radicati stati d’animo a cui ci votiamo; in realtà tra questo e quello, incameriamo molto altro. Momenti come oggetti messi in cantina, che torneranno utili un giorno, dove arriva il momento in cui, come provetti artigiani, ricomponiamo il tutto. Questa è l’ispirazione; quando camminando e gettando lo sguardo, cucendo e tagliando, tessendo e ricamando, sgrossando e levigando .. inizi a capire dove stai andando, a leggere quel disegno che ti eri fatto. Quel punto, a distanza variabile, in cui, al culmine della salita, scorgi il panorama sottostante.

Che poi "pensare", in fondo, è lo stesso. Non è mai un mero assistere, è un ricomporre e redimere, comunque partecipare. La "memoria" non è una biblioteca dove in modo meccanico e avulso togli e riponi i libri impolverati dagli scaffali, come e quando ti pare e piace. Non è un hard disk dove trovi i files come li avevi salvati. E’ una raffineria dove presente, passato e futuro si mescolano, spogliate delle impurità del quotidiano; resta solo la polpa, e l’essenza di quello che hai fatto, desiderato, sognato, fosse anche sofferto, pianto, subito. Il bello della memoria è il suo essere autonoma, anarchica; in barba alla nostra smania di archiviare le cose, i sentimenti, le persone, e voltare pagina, riscrivere la nostra storia. Si muove in modo indipendente, quando qualcosa o qualcuno sfiora quella parte di noi al buio, conferendole nuova luce. Pensiamo sia una catastrofe, invece è l’arcobaleno che infonde colore e calore a quelle che pensavamo giornate nere, bianche e grigie. She’s a rainbow .. e profuma di ispirazione.

mercoledì 24 aprile 2013

Binari di carta (Viaggio di ritorno, senza ritorno)



E mentre ti affacci dal finestrino del treno in corsa a fare foto, ti accorgi di come il binario, nell’unire due punti, separi irrimediabilmente due spazi. Se il teorema è di tutta evidenza, al punto da non richiedere dimostrazione alcuna, l’assunto non è così banale come appare ad un fugace sguardo. Perché nel lungo viaggio della Vita, nel continuo gioco di somme e sottrazioni, i conti non tornano mai. Aggiungi momenti, luoghi, pensieri, a volte anche sogni, e perdi occasioni, speranze, purtroppo persone care. E’ l’evidenza fisica con cui impatti nelle verità a far si che certe lezioni, come le apprendi, non le dimentichi.   

Era una splendida giornata di sole, di quelle che tiri giù il finestrino, respiri aria a bracciate,  annusi l’erba fresca, ancora umida,  sentori appena sporcati dall’odore di freni e nafta. Affacciato alle rudimentali meccaniche in movimento incastonate in  naturali cornici che dinamiche folgorano, sembra di assistere a un prodigio che, nella sua umana semplicità, ha del miracoloso. Penso che sia in momenti del genere, quando tieni in scacco il pensiero, che si aprono finestre sul “tempo” mentre lo “spazio” ti scorre davanti, con disincanto. E vedi cose che non ti stanno più davanti, ma dentro, nel profondo.


Che io una cosa non l’avevo ancora capita. Perché domenica notte continuavo a rigirarmi nel letto, inquieto, con la bocca amara al pensiero di scendere a Reggio Calabria. Invischiato in pensieri cupi . Erano da poco passate le 10:00 quando, tra Urbisaglia e Macerata, scorgo un’immagine nella piana di un verde vivido, quasi sovraumano, con tre alberi in mezzo;  pareva illuminata da un pensiero calato dal cielo. Tra l’irreale e il divino. Ho avuto solo la forza di pensare che giorno fosse, e rispondermi il 20 aprile. Poi sui miei occhi è calato il buio, perché la memoria ha sollevato la paratia del dolore, e sono fluite lacrime. Tre mesi prima, intorno a quell’ora, mia madre moriva. Due volte aveva provato a dirci qualcosa, ma le parole le scivolarono in gola, poi fu il nulla. Era il 27 dicembre quando andò a ricoverarsi per l’ultima volta in quel luogo da cui non sarebbe più uscita viva, anche se lei, io, noi tutti, ancora non lo sapevamo. Io quel 27 dicembre ero in giro in treno, sulla jonica, proprio per Reggio Calabria, con quegli amici che avrei dovuto nuovamente incontrare stavolta. Avevo rimandato il rientro in Umbria di un giorno, che tanto nulla sarebbe cambiato. E infatti era vero. Eppure, nonostante tutto,  non riesco a perdonarmelo. E i conti non tornano. Di alberi in piedi ne sono rimasti due.

venerdì 19 aprile 2013

Binari di carta

Sembrava tutto fatto. Bastava uscire venerdi pomeriggio dal lavoro, scendere a Roma. Prendere il 795 per essere sabato mattina a Reggio Calabria, ripartire la sera con il 794, e domenica mattina alle 8 sarei stato nuovamente a Terni. Avrei rivisto Vittorio, Roberto, forse anche Luca e Francesco, magari anche conosciuto qualcun altro. Partecipando attivamente al mio primo evento come associato di “Ferrovie in Calabria”. Ci avevo già fatto il sapore in bocca, mi ero organizzato in casa. Poi però, qualcosa si è rotto. Non ero più convinto di fare questa cosa, perché in fondo all’animo non ero più contento di farlo questo viaggio. Al punto che lunedi sera sono andato in stazione per fare cosa? I biglietti per Macerata e Pergola.

L’animo umano si dice sia imperscrutabile, certo è complesso, confuso e contraddittorio assai. Alle volte penso che arrivo a farmi persino troppa compagnia da solo, con i miei bagagli di pensieri sospesi e disegni di itinerari incompleti. Questo è uno di quei periodi, in cui vorrei fare l’eremita a tempo pieno, al netto del lavoro che contribuisce al sostentamento, per partire, in auto e in treno, con un po’ di musica, un libro, un diario, ad osservare e scrutare, annotare, fare foto, passeggiare, respirare, e poi rielaborare e scrivere. Zittire i pensieri fumosi e fumanti che fragorosi rombano nella testa, scolpirli nella pagina dandogli respiro e rilievo, aprire la diga delle lacrime non versate per riversare quel dolore sordo e muto che sfiora il ciglio del coronamento di quell'invaso  in cui, di tanto in tanto, sento di annaspare.

Sul perché abbia scelto di partire sabato per quegli angoli delle Marche, potrei imbastire una scusa legata alla figura di mia madre, visto che le origini della sua famiglia, sono tutte in quell’angolo di confine tra le provincie di Macerata, Ancona, volendo anche Pesaro, ma non è a questo che pensavo quando ho deciso di fare i biglietti. Ho anzi ragionato che Pergola era uno dei tanti appuntamenti ferroviari rincorsi e mancati, a perenne rischio chiusura, da fare, meglio prima che poi; ma per ingannare il tempo, che sulla linea ci sono solo due coppie di corsette studentesche la mattina presto e all’ora di pranzo, ci ho messo in mezzo il giretto per Macerata, che è un’altra bella linea vista una volta sola di sera, ed è anche un bel ripasso. In un altro momento della mia vita mi sarei accontentato di questa spiegazione, tirando dritto. Ma in questi mesi stanno accadendo troppe cose, troppe coincidenze, dalle perdite umane irrimediabilmente dolorose a strani indizi perduti, dimenticati, fosse anche solo archiviati, che miracolosamente affiorano. Al punto da domandarmi non tanto perché sono qui e vado li, quanto come ci sono arrivato, in che modo, vagliando quanto ho raccolto e cosa ho lasciato per strada. Il cosiddetto viaggio nel tempo, in coincidenza con la vita.Tematica a me cara, che in questi mesi mi ossessiona.

Il problema non è Pergola, meta ferroviariamente ambita e completamento di un viaggio reale che è anche ideale. La domanda è: “da dove viene quell’esigenza convulsa e improcrastinabile di doverci andare sabato, da solo, al punto tale da farti passare di schianto il piacere di scendere a Reggio, dai tuoi amici, rinunciando ad una giornata in amicizia e allegria, di condivisione di una passione comune, nella cornice di un avvenimento importante, in cui avevi tutte le carte in regola per esserci, senza patemi?”. Perché ci sarà pure una ragione oscura, celata nel tempo, nei ricordi, nei bisogni, che ti fa scegliere di fare quella data cosa lasciando cadere l’altra; cosa che, è bene sottolineare, avresti potuto anche di poco rimandare, visto che hai atteso tanto per deciderti a farla.

Estraendo i biglietti dal portafoglio, disegno una mappa mentale, vedo una “y”. C’è Terni in basso, Macerata in alto a destra, Pergola in alto a sinistra, alla biforcazione Fabriano. Penso ai singoli treni e ai cambi. Terni – Fabriano, Fabriano – Macerata, Macerata – Fabriano, Fabriano – Pergola, Pergola – Fabriano, Fabriano – Terni. E’ un ping- pong su Fabriano, un gioco di sponda su quel punto, oltre che storico nodo ferroviario. Perché?

Sono giorni che rifletto sul dolore che ti invischia e annichilisce, sfianca e avvelena. Sono giorni che mi è tornata in mente una frase, che scrissi nel lontano 1994, quando ero incerto studente nel chiostro dell’università senese:

Il dolore si trascina lento come le acque di un fiume, che nuotano assenti lungo le sponde della solitudine.

Roba di vent’anni fa, di quando non sapevo che fare della mia vita e quale fosse la strada da seguire, in cui avevo la netta percezione di essere salito sul treno sbagliato, e mi tediavo gratuitamente e a tempo perso. Però una cosa l’avevo già capita allora, quel dolore vischioso e costante, pericoloso perché non produce fitte ma ti vela lo sguardo di nostalgia e rimpianto, e a poco a poco ti trascina a fondo. Allora erano sicuramente sbagliate le premesse, talmente ingenue e ingiustificate, quanto lucide e a fuoco erano le conclusioni. Quasi “leopardiane”.

Oggi, mentre ero al cimitero, a portare fiori sulla tomba di mia madre, mi è tornato in mente quel giorno di aprile del 1994, una domenica, quando io ed Eva abbiamo preso il treno da Terni per andare a Recanati a trovare lo spirito di Leopardi. Ricordo che ero tornato alle 4 di notte dalla discoteca, alle 6:00 lei, accompagnata dal padre, era a casa mia; avevamo l’IC alle 7:00 di mattina in partenza da Terni per Ancona, da cui avremmo cambiato con un locale per Porto Recanati; poi auto-stop fino al paese distante 12 km (che domenica non c’erano i bus, ma non lo sapevamo, e all’epoca non c’era internet per controllare ogni passo e respiro, anche quando sei in bagno, e le cose le facevi ancora di pancia come le sentivi). Lo stesso avveniva al ritorno. E gli Ic erano le mitiche ALe 601 grigio nebbia - verde magnolia con gli interni in velluto verde, che non ho mai fotografato perché all’epoca dei treni me ne fregavo, ma qualche ricordo “vintage” di averli vissuti attivamente certi tempi dentro mi è rimasto. In tutto questo è forse un dettaglio che certi treni passavano per Fabriano.

In quegli anni scrivevo copiosamente, studiavo poco e male perché avevo la testa altrove, ma passeggiavo tanto, pensavo ancora di più, e riversavo parole e pensieri su carta come un fiume in piena. E in questi giorni penso a molte delle cose che ho scritto e ho lasciato impolverare nei ricordi e nei raccoglitori chiusi nei cassetti. La voglia di eremitaggio e raccoglimento, di rimettermi in cammino, ripercorrere strade lasciate a metà, riprendere a scrivere per scolpire questo dolore e queste lacrime inascoltate su carta, affinché possa finalmente guardarle in faccia senza sconforto e rancore. Già, la penna e la carta, il fruscìo e il contatto fisico, l’odore e il sapore, lo spazio e il tempo, nudo e al riparo dai “click”. E cosa è Fabriano se non la capitale di quella “carta” su cui scrivere, disegnare, piangere, ridere e amare? Che sa di vita sgualcita da riprendere in mano. La coincidenza è ora e adesso, o mai più. Reggio Calabria può farsene una ragione.