mercoledì 24 aprile 2013

Binari di carta (Viaggio di ritorno, senza ritorno)



E mentre ti affacci dal finestrino del treno in corsa a fare foto, ti accorgi di come il binario, nell’unire due punti, separi irrimediabilmente due spazi. Se il teorema è di tutta evidenza, al punto da non richiedere dimostrazione alcuna, l’assunto non è così banale come appare ad un fugace sguardo. Perché nel lungo viaggio della Vita, nel continuo gioco di somme e sottrazioni, i conti non tornano mai. Aggiungi momenti, luoghi, pensieri, a volte anche sogni, e perdi occasioni, speranze, purtroppo persone care. E’ l’evidenza fisica con cui impatti nelle verità a far si che certe lezioni, come le apprendi, non le dimentichi.   

Era una splendida giornata di sole, di quelle che tiri giù il finestrino, respiri aria a bracciate,  annusi l’erba fresca, ancora umida,  sentori appena sporcati dall’odore di freni e nafta. Affacciato alle rudimentali meccaniche in movimento incastonate in  naturali cornici che dinamiche folgorano, sembra di assistere a un prodigio che, nella sua umana semplicità, ha del miracoloso. Penso che sia in momenti del genere, quando tieni in scacco il pensiero, che si aprono finestre sul “tempo” mentre lo “spazio” ti scorre davanti, con disincanto. E vedi cose che non ti stanno più davanti, ma dentro, nel profondo.


Che io una cosa non l’avevo ancora capita. Perché domenica notte continuavo a rigirarmi nel letto, inquieto, con la bocca amara al pensiero di scendere a Reggio Calabria. Invischiato in pensieri cupi . Erano da poco passate le 10:00 quando, tra Urbisaglia e Macerata, scorgo un’immagine nella piana di un verde vivido, quasi sovraumano, con tre alberi in mezzo;  pareva illuminata da un pensiero calato dal cielo. Tra l’irreale e il divino. Ho avuto solo la forza di pensare che giorno fosse, e rispondermi il 20 aprile. Poi sui miei occhi è calato il buio, perché la memoria ha sollevato la paratia del dolore, e sono fluite lacrime. Tre mesi prima, intorno a quell’ora, mia madre moriva. Due volte aveva provato a dirci qualcosa, ma le parole le scivolarono in gola, poi fu il nulla. Era il 27 dicembre quando andò a ricoverarsi per l’ultima volta in quel luogo da cui non sarebbe più uscita viva, anche se lei, io, noi tutti, ancora non lo sapevamo. Io quel 27 dicembre ero in giro in treno, sulla jonica, proprio per Reggio Calabria, con quegli amici che avrei dovuto nuovamente incontrare stavolta. Avevo rimandato il rientro in Umbria di un giorno, che tanto nulla sarebbe cambiato. E infatti era vero. Eppure, nonostante tutto,  non riesco a perdonarmelo. E i conti non tornano. Di alberi in piedi ne sono rimasti due.

venerdì 19 aprile 2013

Binari di carta

Sembrava tutto fatto. Bastava uscire venerdi pomeriggio dal lavoro, scendere a Roma. Prendere il 795 per essere sabato mattina a Reggio Calabria, ripartire la sera con il 794, e domenica mattina alle 8 sarei stato nuovamente a Terni. Avrei rivisto Vittorio, Roberto, forse anche Luca e Francesco, magari anche conosciuto qualcun altro. Partecipando attivamente al mio primo evento come associato di “Ferrovie in Calabria”. Ci avevo già fatto il sapore in bocca, mi ero organizzato in casa. Poi però, qualcosa si è rotto. Non ero più convinto di fare questa cosa, perché in fondo all’animo non ero più contento di farlo questo viaggio. Al punto che lunedi sera sono andato in stazione per fare cosa? I biglietti per Macerata e Pergola.

L’animo umano si dice sia imperscrutabile, certo è complesso, confuso e contraddittorio assai. Alle volte penso che arrivo a farmi persino troppa compagnia da solo, con i miei bagagli di pensieri sospesi e disegni di itinerari incompleti. Questo è uno di quei periodi, in cui vorrei fare l’eremita a tempo pieno, al netto del lavoro che contribuisce al sostentamento, per partire, in auto e in treno, con un po’ di musica, un libro, un diario, ad osservare e scrutare, annotare, fare foto, passeggiare, respirare, e poi rielaborare e scrivere. Zittire i pensieri fumosi e fumanti che fragorosi rombano nella testa, scolpirli nella pagina dandogli respiro e rilievo, aprire la diga delle lacrime non versate per riversare quel dolore sordo e muto che sfiora il ciglio del coronamento di quell'invaso  in cui, di tanto in tanto, sento di annaspare.

Sul perché abbia scelto di partire sabato per quegli angoli delle Marche, potrei imbastire una scusa legata alla figura di mia madre, visto che le origini della sua famiglia, sono tutte in quell’angolo di confine tra le provincie di Macerata, Ancona, volendo anche Pesaro, ma non è a questo che pensavo quando ho deciso di fare i biglietti. Ho anzi ragionato che Pergola era uno dei tanti appuntamenti ferroviari rincorsi e mancati, a perenne rischio chiusura, da fare, meglio prima che poi; ma per ingannare il tempo, che sulla linea ci sono solo due coppie di corsette studentesche la mattina presto e all’ora di pranzo, ci ho messo in mezzo il giretto per Macerata, che è un’altra bella linea vista una volta sola di sera, ed è anche un bel ripasso. In un altro momento della mia vita mi sarei accontentato di questa spiegazione, tirando dritto. Ma in questi mesi stanno accadendo troppe cose, troppe coincidenze, dalle perdite umane irrimediabilmente dolorose a strani indizi perduti, dimenticati, fosse anche solo archiviati, che miracolosamente affiorano. Al punto da domandarmi non tanto perché sono qui e vado li, quanto come ci sono arrivato, in che modo, vagliando quanto ho raccolto e cosa ho lasciato per strada. Il cosiddetto viaggio nel tempo, in coincidenza con la vita.Tematica a me cara, che in questi mesi mi ossessiona.

Il problema non è Pergola, meta ferroviariamente ambita e completamento di un viaggio reale che è anche ideale. La domanda è: “da dove viene quell’esigenza convulsa e improcrastinabile di doverci andare sabato, da solo, al punto tale da farti passare di schianto il piacere di scendere a Reggio, dai tuoi amici, rinunciando ad una giornata in amicizia e allegria, di condivisione di una passione comune, nella cornice di un avvenimento importante, in cui avevi tutte le carte in regola per esserci, senza patemi?”. Perché ci sarà pure una ragione oscura, celata nel tempo, nei ricordi, nei bisogni, che ti fa scegliere di fare quella data cosa lasciando cadere l’altra; cosa che, è bene sottolineare, avresti potuto anche di poco rimandare, visto che hai atteso tanto per deciderti a farla.

Estraendo i biglietti dal portafoglio, disegno una mappa mentale, vedo una “y”. C’è Terni in basso, Macerata in alto a destra, Pergola in alto a sinistra, alla biforcazione Fabriano. Penso ai singoli treni e ai cambi. Terni – Fabriano, Fabriano – Macerata, Macerata – Fabriano, Fabriano – Pergola, Pergola – Fabriano, Fabriano – Terni. E’ un ping- pong su Fabriano, un gioco di sponda su quel punto, oltre che storico nodo ferroviario. Perché?

Sono giorni che rifletto sul dolore che ti invischia e annichilisce, sfianca e avvelena. Sono giorni che mi è tornata in mente una frase, che scrissi nel lontano 1994, quando ero incerto studente nel chiostro dell’università senese:

Il dolore si trascina lento come le acque di un fiume, che nuotano assenti lungo le sponde della solitudine.

Roba di vent’anni fa, di quando non sapevo che fare della mia vita e quale fosse la strada da seguire, in cui avevo la netta percezione di essere salito sul treno sbagliato, e mi tediavo gratuitamente e a tempo perso. Però una cosa l’avevo già capita allora, quel dolore vischioso e costante, pericoloso perché non produce fitte ma ti vela lo sguardo di nostalgia e rimpianto, e a poco a poco ti trascina a fondo. Allora erano sicuramente sbagliate le premesse, talmente ingenue e ingiustificate, quanto lucide e a fuoco erano le conclusioni. Quasi “leopardiane”.

Oggi, mentre ero al cimitero, a portare fiori sulla tomba di mia madre, mi è tornato in mente quel giorno di aprile del 1994, una domenica, quando io ed Eva abbiamo preso il treno da Terni per andare a Recanati a trovare lo spirito di Leopardi. Ricordo che ero tornato alle 4 di notte dalla discoteca, alle 6:00 lei, accompagnata dal padre, era a casa mia; avevamo l’IC alle 7:00 di mattina in partenza da Terni per Ancona, da cui avremmo cambiato con un locale per Porto Recanati; poi auto-stop fino al paese distante 12 km (che domenica non c’erano i bus, ma non lo sapevamo, e all’epoca non c’era internet per controllare ogni passo e respiro, anche quando sei in bagno, e le cose le facevi ancora di pancia come le sentivi). Lo stesso avveniva al ritorno. E gli Ic erano le mitiche ALe 601 grigio nebbia - verde magnolia con gli interni in velluto verde, che non ho mai fotografato perché all’epoca dei treni me ne fregavo, ma qualche ricordo “vintage” di averli vissuti attivamente certi tempi dentro mi è rimasto. In tutto questo è forse un dettaglio che certi treni passavano per Fabriano.

In quegli anni scrivevo copiosamente, studiavo poco e male perché avevo la testa altrove, ma passeggiavo tanto, pensavo ancora di più, e riversavo parole e pensieri su carta come un fiume in piena. E in questi giorni penso a molte delle cose che ho scritto e ho lasciato impolverare nei ricordi e nei raccoglitori chiusi nei cassetti. La voglia di eremitaggio e raccoglimento, di rimettermi in cammino, ripercorrere strade lasciate a metà, riprendere a scrivere per scolpire questo dolore e queste lacrime inascoltate su carta, affinché possa finalmente guardarle in faccia senza sconforto e rancore. Già, la penna e la carta, il fruscìo e il contatto fisico, l’odore e il sapore, lo spazio e il tempo, nudo e al riparo dai “click”. E cosa è Fabriano se non la capitale di quella “carta” su cui scrivere, disegnare, piangere, ridere e amare? Che sa di vita sgualcita da riprendere in mano. La coincidenza è ora e adesso, o mai più. Reggio Calabria può farsene una ragione.