mercoledì 12 giugno 2013

Life...Land



Come un'aquila sorvolo le Praterie del Tempo, nel cielo oltre le nuvole, dove tutto è limpido e nitido, roteando lentamente sulla mia preda. Quel Senso della Vita che interseca il mio cammino, che in parte mi è franato davanti. E nell'alleggerirmi di tristezze e dolori, nel tentativo di riallacciare il filo spezzato, mi rendo conto di quanto, nei gesti, nei viaggi, nel riprendere certe musiche e certi percorsi, stia costruendo un ponte tra la mia adolescenza di figlio, e l'attuale condizione di padre. Per una madre che ti abbandona, c'è una figlia che cresce davanti ai tuoi occhi, spensierata, gioiosa, allegra, e tu hai il dovere di proteggerla nella serenità e il diritto di crescerla aiutandola nella ricerca della felicità. Sembra che il tempo non passi mai, salvo poi svegliarti un giorno e accorgerti come sia volato via, lasciandoti a terra, sbigottito e attonito.

Il compleanno di Eleonora è stata l’occasione propizia per raccogliere pensieri e fare i bagagli, lasciando alle spalle alcuni mesi a dir poco terribili. Nel disegnare un ventaglio di destinazioni intorno al parco di Gardaland, mi sono accorto di come questo “ponte generazionale” con il passato poggi le fondamenta entro precisi recinti di tempo e spazio. Era l’estate del 1987 quando trascorsi le vacanze sull’Appennino Tosco-Emiliano, tra Bologna, Firenze e Prato. Conservo tanti bei ricordi di quel periodo, visto e vissuto con gli occhi di un quattordicenne con l’esame di maturità alle spalle, e luoghi nuovi e inesplorati davanti. L’aver spostato il baricentro di 250 km. in direzione nord, apriva tante possibilità di viaggio da effettuarsi in giornata. Fu quell’estate li che vidi per la prima volta Firenze e Bologna, Verona e Padova, Venezia, persino Gardaland, che all’epoca era poco più grande di un luna park, però aveva le montagne russe con i “giri della morte”, e non c’era niente di simile in altre parti d’Italia. Fu anche la prima a Firenze Santa Maria Novella, Bologna Centrale, Verona Porta Nuova, Padova Centrale, Venezia Santa Lucia, al monumento dei caduti per la Strage dell’Italicus vicino alla stazione di San Benedetto Val di Sambro, posto lungo la strada che dallo svincolo di Roncobilaccio mi conduceva a Castiglione dei Pepoli, dove soggiornavo. 

Era un periodo di curiosità e immaginazione fervida, di paragoni e comparazioni; solo l’estate prima eravamo stati in Germania, a Monaco, Stoccarda, Karlsruhe, Mannheim, Francoforte, Bonn Colonia, in Austria a Innsbruck e Salisburgo, in Belgio a Liegi, in Svizzera a Zurigo. Avevo visto cose, all’estero, che mi avevano impressionato, e mi veniva naturale fare paragoni, spesso impietosi, con alcune delle principali città del centro-nord Italia. Ricordo di aver pensato a quanto ridicole  apparivano le battaglie nostrane tra Nord e Mezzogiorno d’Italia quando, servizi alla mano, rispetto ai medi standard tedeschi, anche Milano appariva profondo sud. Le catene di Wertkauf, Bauhaus, Kaufhof, le “Hauptbahnhof” di München, Stuttgart, Frankfurt am Mein e Köln, le “Untergrundbahn” le “Stadtschnellbahn”, il concetto di bene e servizio pubblico. Fu uno shock culturale che mi aprì molto la mente, insegnandomi a non limitarmi a quello che avevo davanti agli occhi, a cercare, desiderare vedere e conoscere, capire e provare, che nulla ti cade in mano e per caso.

Era bello d’estate raggiungere papà nel luogo dove lavorava e starci insieme un paio di mesi, lontano da casa; scoprire gli intorni. Fino all’asilo vivevamo con lui, lo seguivamo ovunque il lavoro lo portasse. Infatti feci l’asilo a San Vincenzo, tra il 1976 e il 1978, quando mio padre lavorava a  Piombino; lo seguimmo una ventina di giorni a Genova a fine estate del 1979, quando fu trasferito a Cornigliano. Poi io iniziai le scuole elementari, a settembre dello stesso anno, e con mia madre rimanemmo a Terni, e papà, ovunque fosse, ci raggiungeva il fine settimana. L’estate era l’unico momento di tregua e ricongiungimento, in cui potevamo stare insieme senza dover contare le briciole. Ovviamente questo non avveniva ogni anno. Tutto dipendeva dalla sistemazione che mio padre trovava in loco; in alcuni casi era preferibile qualche pensione in convenzione con i pasti, e allora ci usciva solo qualche giorno di vacanza. Altre volte invece, quando le prospettive di lavoro erano più a lungo termine, o i luoghi non erano così ben attrezzati di hotel e pensioni alla buona, gli conveniva affittare casa, e allora questa diventava la nostra meta di vacanza per l’estate intera. Così ho passato due intere estati a Nettuno a cavallo tra le scuole  elementari e medie, due sull’Appennino Tosco – Emiliano a cavallo tra le medie e superiori, e due in Sardegna ai 17 e 18 anni. 

Non è che voglia trovar coincidenze ad ogni angolo e a tutti i costi, però tutte le tappe di questa vacanza di maggio riportano a quell’estate del 1987. E se in alcune di quelle città ci sono tornato altre volte, a Venezia mancavo da allora, in cima alla Torre degli Asinelli anche. Sono passati 26 anni, ma sembra ieri. Veder salire Eleonora come un capriolo su quei 500 gradini di legno e altrettanti a scendere, cigolanti e addossati alla parete, mi ha emozionato e fatto stringere il cuore. Lei che solo la sera prima, guardando la torre dal basso arrivare in cielo, per un attimo aveva avuto paura. Perché in cielo ci vanno le persone che muoiono, e che una volta lassù non tornano più giù. 

Quando torna la nonna da noi, papà?” mi chiedeva mia figlia, non più di un mese fa, quel giorno che volle accompagnarmi a portare fiori sulla tomba di mamma.

Amore, la nonna non torna. Chi muore va in cielo, con Gesù e gli Angeli. Tra tanti anni ci andremo su anche noi, e troveremo tutte quelle persone che non ci sono più”, gli risposi.

Eleonora aveva ricordato, e per un attimo il suo volto si era scurito, e non voleva più salirci lassù a toccare quel cielo da cui non si scende. Ma il giorno dopo era lì, davanti a tutti, a salire dritta sulla schiena della torre storta alta cento metri. Chissà se è stata la nonna a chiamarla, per averla un attimo più vicina, arrivare a dargli una carezza.

Ho cercato di destreggiarmi tra il passato di figlio e il presente di padre, recuperare dettagli del passato e scriverne di nuovi. Come i tre giorni consecutivi ai parchi divertimento di Mirabilandia e Gardaland, dove ho provato a insegnare a mia figlia il modo di affrontare e vincere le paure giocando. Vederla precipitarsi giù con lo zatterone dai 27 metri di altezza del Niagara a 70 km/h tenendosi stretta stretta con gli occhietti chiusi, e poi tutta gasata ripetere “Ancora, facciamo un altro giro! Ancora!” mi ha riempito di orgoglio, quando una settimana prima aveva paura di voci e rumori dentro il Castello di  Mago Merlino. E poi sentirsi dire: "Grazie per avermi regalato il compleanno più bello che potessi desiderare".

Li ho realizzato che stavo ripetendo, a mio modo, con i miei tempi e passi, quel che papà aveva tentato di fare con me, con discreto successo. Mostrare i luoghi e le strade, desiderare di andare, per conoscere e vedere oltre, mettendo in mano strumenti utili per leggere e decifrare, pensare e scegliere, fino a decidere con la propria testa. Lasciando  liberi di camminare, senza inculcare o imporre alcunché. Che è poi quello di cui gli sarò sempre grato per i giorni a venire, al di là delle divergenze caratteriali e generazionali, che ci hanno spesso visto su fronti opposti. Gli devo molto, se non tutto, della persona che oggi sono, per queste possibilità concessemi da dietro le quinte e restando in silenzio, senza pretendere nulla in cambio.

Da quei giorni al parco siamo usciti tutti più forti e uniti. Che dire di Agata, terrorizzata dal pensiero delle montagne russe, che ci è salita sopra da sola, mentre io controllavo Eleonora. 

Venezia, fa storia a sé. Ho provato ad improvvisare e cambiare, sostituendo Murano con il giro in Gondola, ma qui siamo oltre il regno dei significati, come i binari della stazione Santa Lucia che si affacciano sul Canal Grande. O il Ponte della Libertà che collega lagune ed isole alla terraferma dove automobili e treni passeggiano affianco, circondati da mare e gabbiani. E’ un’esperienza sensoriale, prima che conoscitiva, emozionale, prima che mnemonica. E qui mi fermo, perché tra queste parole ho sorriso e pianto, ho rincorso il bambino e trovato l'uomo. Percorrendo quel filo sottile e sospeso tra le emozioni che tornano e i momenti che non si ripetono. La chiamano Vita, e come i giri di giostra, può trasmettere adrenalina, oppure tanta paura.