martedì 27 agosto 2013

La leggenda del Pollino (reprise)



Mentre immergevo i piedi nell’acqua cristallina e, liscia come una tavola, del mar  Jonio, il mio sguardo si perdeva tra le creste sfumate del Pollino. Percepivo un’intima dissociazione tra il gaudente chiasso che mi circondava e il mio contingente bisogno di raccoglimento e riflessione. Cercavo un anfiteatro naturalmente sospeso, nel tempo come nello spazio. Dove poter respirare. Sentire i ronzii del pensiero uniformarsi ai battiti del cuore, rallentare, fino al ciglio, della storia come della vita. Così vicino eppure così lontano, in una parola, defilato. E’ accanto, ma è un altro mondo. Ci sono i paesi, ci sono le strade. Poi ci sono quei tagli trasversali in evidente discesa, che mozzano il fiato. Sgattaiolano davanti allo sguardo come animali impauriti che sbucano dalla vegetazione e come lampi svaniscono, dandoti la sensazione di aver  preso un abbaglio. In quelle fenditure curvilinee erano posati dei binari, dove un tempo transitavano treni che trasportavano persone e cose, e qualche bagaglio pieno zeppo di sogni e germogli di lacrime.

Quando accosto la macchina, e mi avventuro in quei sentieri, mi sale il cuore in gola. Come un archeologo che  rinviene le tracce perdute di Atlantide. Ce ne sono di meraviglie da portare nuovamente alla luce. Anche e soprattutto dentro noi stessi. Adoro questi momenti di ricercata solitudine, in cui non voglio nessuno intorno per godermi a pieni polmoni queste boccate d’interiorità dilagante, che repentina gorgoglia. Adoro cercarmi quegli spazi fisici dove questo fatalmente avvenga. Luoghi del mondo e dell’anima. Chi ha paura di restare solo, chi insegue disperatamente e disordinatamente gli altri, chi ha paura del silenzio e del precipizio, non scalerà mai se stesso. Resterà appeso in eterno in balìà degli umori e del vento.

Aspettare sé stessi è l’unica coincidenza ammessa.