mercoledì 26 novembre 2014

Frozen

Dal mare alla neve. Come quel 21 febbraio del 2010. Crotone, una giornata limpida e luminosa che si specchiava sul porto, invitando ad attraversare le terre del “marchesato”, compresi i ruderi del Ponte sul Tacina, fino a Petilia Policastro. Per poi tagliare verso la Val di Neto, risalendo fino a San Giovanni in Fiore. E quella memorabile arrampicata sulla scarpata ferroviaria che introduceva al piano binari del capolinea della “Silana”. E proseguire verso San Nicola, per sprofondare in mezzo metro di neve che arrivava fino ai ginocchi, con i binari totalmente coperti dal manto bianco, e finalmente pranzare alle 15 nel caldo di una ex rimorchiata calabro - lucana.

Era forse il periodo migliore della mia vita, quello in cui riusciva bene tutto, in cui stavo mettendo gli ultimi tasselli di una realizzazione personale e familiare, coronata proprio in quei mesi con l’acquisto di casa. Il culmine di un lungo percorso che aveva finalmente impresso una repentina ascesa, fino ad arrivare in cima. Ma dalla cima, si sa, si può solo scendere. E’ la dura legge della condizione umana che vorrebbe librarsi e volare, liberandosi dei condizionamenti terreni, che invece fisiologicamente e quotidianamente, la tengono ancorata a terra. Così dopo un rigido inverno durato due anni e mezzo, di preoccupazioni, paure e presagi, mi preparavo ignaro a rotolare di nuovo a valle.

Dalla neve al mare. Come quel 24 dicembre del 2012. Era la vigilia di Natale, quando, parcheggiando l’auto lungo una piazzola della SS 107, mi calai dalla strada alla ferrovia. Dove una camminata di poco più di un km, che avrebbe impiegato al massimo 10 minuti, divenne una marcia di mezz’ora, arrivando a sprofondare nuovamente fino alle ginocchia in mezzo metro di neve, fino a Fondente, con il lungo tunnel dietro la curva, che sapeva tanto di profezia.  Intorno le orme dei lupi silani, calati di notte fino al tracciato da cui non transitava più treno. E un pezzo di tronco a sbarrare la linea in un punto.


Orme dei lupi silani sul binario coperto di neve della ferrovia Cosenza - San Giovanni in Fiore nei pressi della fermata di Fondente

Passarono le feste di Natale, e il 27 dicembre si tornò sul mare, da Corigliano a Reggio Calabria e ritorno.  672 km su littorina, in riva allo Jonio, con un sole che spaccava le pietre, abbagliando dal finestrino del treno in corsa.  Una maratona sospesa tra l’entusiasmante e l’estenuante, una sorta di “processione” che sentivo di dover fare, anche se ancora non capivo il perché. Quel giorno ricoverarono mia madre in ospedale, per l’ultima volta. Non credevo stesse maturando il momento dell’ultimo viaggio, quello definitivo. Che arrivò, puntuale, meno di un mese dopo.

Da allora il mio equilibrio si è spostato in un punto sospeso nel vuoto, fatalmente esposto alle raffiche provenienti dall’esterno. E, sebbene sia sceso bruscamente di quota, dentro di me è rimasto l’inverno, sempre più rigido col passare dei mesi. L'anima, sotto assedio, germoglia ruscelli di rabbia limpida come sgorga, che spaccano la croste dell’apatia. E' l'unica difesa che mi resta. Un giorno forse, capirò. Forse.

martedì 18 novembre 2014

Voyage 34 - The Complete Trip

 

Il viaggio è nella testa? Può essere, certo è meglio se gli si offre un ausilio pratico a cui appoggiarsi e vagare, come spostarsi portandosi dietro il proprio spazio - luogo fisico e mentale. Come lo scompartimento di un treno. Meglio se di notte. Meglio ancora se, per 5 ore filate, come dire da Orte a Parma, non effettua fermate passeggeri, nessuno scende e nessuno sale, nessuno viola lo spazio che ti sei creato e ti porti a spasso. Che è poi il "leitmotiv" di questo blog, quegli "orizzonti sfocati" che "dal finestrino scorrono implacabili". Barlumi di riflessi, istantanee di fotogrammi. Di Orvieto e Chiusi - Chianciano Terme, Terontola e Montevarchi, Firenze Campo di Marte, Prato e Bologna Centrale. Tra uno sbadiglio e un appisolamento, sui sedili disteso, tra il sound delle ruote che scivolano sul binario e lo stridere di rallentamenti e frenate. La nebbia tra Modena e Reggio Emilia, a Parma. dopo una notte di pensieri cullati qualcosa si anima, ed è quasi Piacenza. Tutto questo in un solo numero, 1910, che si porta con sé il mistero di una notte, tra tante.


Ed è sabato. Di pioggia, fitta e incessante, che ti bagna i vestiti e ti entra nelle ossa. E' qualcosa che non ti ferma, accompagnandoti per l'intera giornata, fino a sera. Però alla Bovisa si cala l'Asso, si quel piccolo grazioso comune in provincia di Como, dove fuor di metropoli e paesaggi urbani, il treno arrasa le case, e le stazioni sono discrete e graziose miniature. E mentre scorri nel verde piovigginante, scorgi quelle cascate alle pareti che fanno tanto Norvegia, poco distante dalla grigia Milano. C'è un fascino atavico e primordiale nel connubio discreto tra il paesaggio serafico da giardino di quei lembi di Lombardia lontana da chiassi e clamori, e le composizioni fantasiose e promiscue, semi-metropolitane, messe in piedi da Trenord. Che unisce le due piani Casaralta alle elettromotrici EA 750, di fattura ex "Nord Milano". Senza trascurare il fascino di certe stazioni tronche di testa, da cui tornare indietro. Che a dirla tutta è anche il fascino di tutto il discorso messo in piedi su quella rete, rimbalzare da un punto all'altro, avanti, indietro e di lato, da un marciapiede all'altro, di stazione in stazione, ovunque tu decida di andare, c'è sempre un treno che passa e su cui si sale. Senza tanti programmi, il viaggio te lo costruisci sul momento, a seconda di quel che prima passa. Così triangoli tra Seveso e Camnate, passando dalla rete sociale FNM a RFI, e punti al confine in direzione Chiasso, destinazione Como. Stazione "San Giovanni", così si chiama la ex FS. E fuori ancora piove, e ti sposti in bus verso il centro, verso il cuore pulsante da cui si affaccia la stazione FNM di "Como Lago". Da cui si presume voler ripartire, per un viaggio diverso dallo stesso luogo. Scruti quella graziosa tettoia in ferro che chiude i binari davanti al lago. Che intanto è esondato, allagando la strada. Ma è durante la sosta ristoratrice che le carte si mischiano e, in tavola, cambiano. Ti offrono un passaggio sul merci che da Chiasso scende diretto a Piacenza. Senza soste, senza cambi, cabina 483 Nord Cargo con vista, attraversamento del nodo di Milano compreso. Il famigerato "Wuppertal". E allora corri a ritroso tra le pozzanghere, aspetti alla fermata un bus che non passa perché hanno deviato il traffico, colpa del lago che non la trattiene e se la fa sotto. Alla fine prendi un taxi, perché restano 10 minuti. Per prendere un treno che ti porti a Cucciago, ameno marciapiede di campagna dove il treno deborda, lasciandoti in piena campagna in curva. Che per fortuna ha un sottopasso che ti protegge dalla pioggia. Aspettando il treno della salvezza. Signori, in carrozza. Sembra di stare su Train Simulator a grandezza reale, levette e pulsanti pigiati, strombazzamenti ai transiti nelle stazioni, ogni tanto la sabbiera azionata che piove e si slitta con il carico dietro, anche nei punti in cui è poco più che piana. L'ingresso in curva in quel di Monza, non è la parabolica ma poco ci manca, ed è già Milano. Greco Pirelli, Lambrate, Rogoredo, per essere "imbucati" a Lodi, che c'è il "riggitano" e il Piacenza a cui dar precedenza. E dell'attraversamento del ponte sul Po vogliamo parlarne? Che ti affacci sopra un mare d'acqua che si apre tra le travate, sommergendo campi e sollevando barche. Sarebbe quasi finita li, ma il Mak non vuol saperne di andare, e qualcuno deve far gli straordinari sotto la pioggia nei giorni liberi. Acqua su acqua, inzuppati fino al midollo, fino al portone di casa.


Poi c'è la domenica, sulla via del ritorno. Un altro numero, 599, identificante un segmento da Milano a Terni. Che già leggere Terni in certe stazioni fa un certo effetto, abituati a Milano e Voghera, Torino e Genova, Bologna, Rimini, Ancona e Pescara, Bari, Taranto e Lecce, Livorno e Pisa. Napoli, Salerno e Reggio Calabria. Giusto per fare due nomi sparsi in giro per l'Italia. In tutto questo Terni che c'entra. Se lo sarà pur chiesto quealche migliaio di viaggiatori nel corso degli anni. Il "Tacito" è sempre lui, una cenerentola ferroviaria divenuta principessa nella moria generale di intercity, espressi, notturni, i c.d. treni a lunga percorrenza. Che nell'epoca delle carrozze convertite a "salone" ancora odora di "scompartimento", non solo in seconda, talvolta anche in prima classe. E' sempre lui che ti conduce a casa nel cuore della notte, attraversando l'Emilia e la Toscana, prima di infilare da cima a piedi l'Umbria. Quel treno che sembra darti l'illusione reale e tangibile di uscire da quel provincialismo a cui sei relegato. E al quale, alla fine di ogni viaggio, sulla terra e nella testa, ritorni. Il "trip" è servito.

lunedì 20 ottobre 2014

Into the Groove

La musica, o ce l’hai dentro, o non te la puoi dare. Davvero.

Ci sono giorni come quello di ieri in cui non capisci di che colore è il cielo tanto appare stratificato e “porcupino”. Come certi pensieri rimasti da tempo appesi, in quanto irrisolti. Degna cornice di un rientro al lavoro dopo la pausa pranzo. Quando salgo in auto, come mi siedo, cambio immediatamente CD. Non penso, lo faccio e basta, senza nemmeno meditare cosa afferro e infilo dentro il lettore. E parto. Poche centinaia di metri, ed è subito incrocio. Pericoloso. 

Dall’altro lato spunta un auto color nocciola, dentro ci sei Tu, con quello sguardo da cecchino che non sbaglia un colpo. Quando alzi gli occhi è micidiale. Sorrido, ti saluto affiancandoti e e tu ricambi con un gesticolare vivace della mano e un sorriso radioso.

Tutto qui? No, non è tutto qui, se un attimo che è già passato nel momento in cui accade ancora mi risuona dentro, a distanza di un giorno.

Sarà che le persone hanno un potere magico e sprigionano un’energia meravigliosa se le incontri al momento giusto. Quando addirittura non ci vai a sbattere contro mentre sei sovrappensiero. Allora ti sembra quasi di scoprirle di nuovo, da punto e a capo, anche se, in vita tua, le hai già incrociate qualche decina di volte. Sono queste regole basilari della vita che ancora mi spiazzano, mi emozionano e mi commuovono, perché a 40 anni suonati ancora ci inciampo. Certo, ci vuole anche quella disposizione d’animo nel voler squarciare un cielo cupo e riportare il sole in mezzo. Bisogna metterci del proprio. Ecco io potrei iniziare a cambiare CD più spesso, quando giro in auto, se questo è il risultato.

giovedì 7 agosto 2014

Nei tuoi occhi

Ci sono storie che restano li sospese, ogni tanto ritornano, per alcuni istanti, poi passano giorni, mesi, alcuni anni, poi si riaffacciano. Come violenti temporali estivi spazzano la polvere e soffiano fresche, come non si fossero mai posate.

E' che ci sono storie che nascono con gli sguardi, e li restano confinate. Senza scambio di parole, senza voce. Poi però ti trovi ad andare per i fatti tuoi, e quella persona la incroci. E' un attimo, nel momento in cui la affianchi, lei alza lo sguardo. E quello sguardo è tutto. Un saluto, un accenno di sorriso. E mille interrogativi che ti balenano in un attimo (chi si rivede, quanto tempo è passato, come sei cresciuta, dove sei stato tutto questo tempo, eri bambina e ti sei fatta donna) e che ti porti dietro per tutto il proseguio del viaggio.

Ci sono persone che hanno gli occhi che gli parlano. E' questo il punto. E' non c'è niente di più fatale e devastante di uno sguardo, perché ti fulmina all'istante, prima ancora di pensare. Nemmeno un bacio può tanto, perché è un atto di volontà, in cui gli equilibri si spostano e le persone si vengono incontro. Lo sguardo non lo puoi arginare, non lo puoi imbrigliare. E' un momento che non puoi fermare, non puoi decidere.

E' straordinario come si possano passare anni accanto a persone con cui sei cresciuto insieme, hai condiviso tanto momenti dell'adolescenza e della giovinezza, poi magari le strade della vita ti portano a separarti e, tutto scivola via senza scosse, quasi non fosse mai esistito. Buono giusto per una rimpatriata un giorno in cui "ti ricordi quella volta che ...." "cosa fai adesso nella vita" "dove vivi". Eppure ci sei cresciuto insieme, nel bene e nel male.

Ci sono poi persone che sai appena chi sono, come si chiamano, non sai quasi che voce abbiano, e se l'hai sentita è stata di traverso e per sbaglio perché magari te la sei trovata davanti entrare in un negozio a ordinare qualcosa. E se ti fermi a pensare, nemmeno la ricordi la voce, è stata come un tonfo sordo, una cascata inghiottita in un crepaccio. Persone con cui non ci hai nemmeno mai parlato, anche se talvolta avresti anche potuto perché il caso te le ha messe davanti, lungo la strada, ad una fontanella a raccogliere l'acqua, in un qualsiasi luogo dove, guardandoti un attimo intorno, te le ritrovi di fronte. Non sai cosa pensano, quali gusti e opinioni abbiano, che musica ascoltano, quale gente e locali frequentano.

Di quelle persone tu cerchi lo sguardo. Di quelle persone conservi pochi e interminabili fotogrammi, ma non c'è un solo ricordo mosso, sfuocato, o fuori posto. E' tutto quello che hai di loro. E' come guardare un meraviglioso fondale oceanico da dietro un vetro. Non puoi toccarle, ma le senti dentro, e ti ci perdi a guardarle in quel preciso attimo.

Non penso esista qualcosa di più intimo del desiderare incontrare uno sguardo, parlare un attimo con due occhi che sono li distanti, come asteoridi confinati nel proprio rispettivo universo, ma che sai, come si avvicinano, ti sbriciolano in un pulviscolo di fuoco. Non penso esista niente di più intimo dell'immaginare di entrare, anche solo per un casuale istante, nel pensiero di una persona, senza sfiorarla, direttamente convogliati dagli occhi alla mente al cuore all'anima. In un attimo. Che se e quando si ripeterà, sarà sempre e solo un attimo. Nudo e puro. Inalienabile.

martedì 8 luglio 2014

Rearviewmirror



Il fiume Isonzo a Solkan, frazione di Nova Gorica (Slovenia), a poche centinaia di metri dal confine italiano
Ogni volta che torno in quei luoghi, ci lascio un pezzo di cuore. Sarà il loro status di "confine", geografico, storico, dell'anima, particolarmente congeniale ad uno spirito in perenne "transito" quale il mio. Sarà quel senso di "sospensione" del tempo, senza ancoraggi né ormeggi,  che fa galleggiare libero e scorrere liquido, altrove, non importa dove. Attraverso l'Isonzo anche i corsivi ferroviari hanno un'altra fluidità, un diverso peso specifico. Con le sue acque turchine e smeralde buone per specchiarsi osservando il mondo a rovescio.

Il fiume Isonzo a Gorizia
Così mentre il paesaggio si sfilaccia sul parabrezza lungo la strada per casa, dal retrovisore scorgo sufficienti ragioni per un imminente ritorno.

martedì 8 aprile 2014

Arriving somewhere .... but not here

"There is only one movement and that is perpetual motion" - Francis Picabla 1912.

La mia anima è in perenne viaggio, attraversa una moltitudine di luoghi, ma non cerca dimora in alcuno di essi. Appartiene a sé stessa, vagando sospesa di eremo in eremo, in un moto perpetuo che rallenta e accelera, mai si ferma. Non conosce terra che la trattiene, non vanta radici. Acqua che sgorga e si rigenera, erode e leviga. Carezza e tracima. E quando si specchia riflette il mondo che la circonda.


"Arrivando ovunque, ma non qui".

martedì 11 febbraio 2014

Lampo, il cane viaggiatore





"Questa è la vita di Lampo, un oscuro cane b******o venuto chissà  da dove. Durante gli anni trascorsi in sua compagnia, ho voluto scrivere questa storia semplice e vera. Desidero premettere che in questo mio racconto non sono narrati fatti eroici compiuti da Lampo; né  il cane ha salvato la padroncina dalle fiamme, o tratto il padrone dalla furia del fiume, e neppure ha atteso di coronare la sua esistenza con una morte retorica sulla tomba della padrona. Lampo ha solo voluto vivere in un modo diverso da tutti i suoi simili, viaggiando per conoscere non soltanto un po' del nostro mondo, ma anche la vita e i sentimenti degli uomini."

Elvio Barlettani dall'introduzione a "Lampo il cane viaggiatore".

Questo è un libro insolito. Treni e ferrovie non sono l'oggetto della narrazione, ne sono semmai lo scenario e il tramite per veicolare alcuni contenuti di valenza universale. L'autore del libro è una persona normale, avulsa dal mondo della letteratura, del giornalismo, delle riviste tecniche e scientifiche. Ne consegue che lo stile è molto blando e scorrevole, alla portata di tutti. Una persona normale come tutti noi che si è trovato a vivere una storia che rasenta l'incredibile e ha sentito l'esigenza di raccontarla al mondo. Quando la realtà  supera la fantasia non occorrono artifici inutili, i fatti narrano, rapiscono e incantano. Sembra una favola, e non stupisce che questo racconto sia stato utilizzato ripetutamente come tale nelle scuole dato il suo carattere altamente educativo e simbolico.

L'autore è Elvio Barlettani, un ferroviere, e ai tempi della storia era il sottocapo alla stazione di Campiglia Marittima. Campiglia è una delle tanti stazioni della ferrovia Tirrenica Genova - Roma; è  tuttavia una stazione importante dove all'epoca fermavano quasi tutti i treni. Da qui c'è la diramazione per Piombino che, con gli stabilimenti Italsider movimentava anche un notevole traffico merci. La vita in stazione scorre quindi allegra. Ma qualcosa è destinato a sconvolgerla e a segnarla negli anni a venire. E' l'agosto del 1953 e la stazione è una calicola, quando un cane randagio scende da un convoglio merci (l'autore lo chiamerà  "Lampo" per il modo balenante con cui è apparso e gli effetti che ha arrecato) e noncurante di nulla si siede per terra, nell'ufficio di Elvio, e da allora non abbandonerà  più  quella stazione, fino alla morte. Già da questo gesto iniziale si rivela il carattere di Lampo, che si "sceglie" il proprio padrone e il luogo dove stare e a cui voler tornare alla fine del giorno. Come per tutti i cani anche per Lampo il rapporto con l'essere umano è  un momento irrinunciabile della sua vita; ma è un momento dialettico, in cui manifesta la sua volontà di scelta e il suo spirito libero. Lampo si dona ad Elvio e alla sua famiglia, e anche al resto del personale della stazione con tutta la gioia e l'amore di cui è capace. Ma lui ne stabilisce i modi e i tempi. Ecco allora che egli accompagna Mirna, la figlia di Elvio, lungo il tragitto per l'asilo; accompagna Elvio da Campiglia a Piombino dove l'autore ha casa. Ma la sera da solo prende l'ultimo treno che lo riporta a Campiglia, alla stazione che ha eletto a suo personale rifugio. Ecco allora che Lampo che pure non fugge da nessuna parte e ogni sera torna alla sua stazione, di giorno sale ora su un treno ora sull'altro, facendo brevi giretti, nascosto sotto il sedile, per poi scendere ora in un luogo ora in un altro, e riprendere il treno inverso per il ritorno. Lampo impara a conoscere i diversi convogli, a memorizzare i vari orari e i luoghi lungo il tracciato, tanto da guadagnarsi presto sul campo l'appellativo di "cane ferroviere". Quando era in arrivo il treno Torino - Roma con la carrozza ristorante, lui si portava sul marciapiede in attesa che il cuoco si affacciasse gettandogli degli ossi. Ovviamente il fatto non era di quelli consueti e la notizia iniziò presto a girare. Iniziarono ad avvicendarsi curiosi di vario genere e la notizia fece presto il giro del paese; ne derivarono articoli su articoli sul giornale, sulla stampa locale prima e poi nazionale. Una volta Lampo fu anche ospite in una Tv nazionale. Tutto questo rumore alla lunga ebbe le sue conseguenze. Non tutti gradivano questo cane che di sua iniziativa saliva e scendeva per carrozze e stazioni, seppur non dando fastidio a nessuno. Le Ferrovie strette tra troppe pressioni e più di una lamentela, intimarono ad Elvio e ai dipendenti dell'impianto di Campiglia di allontanare quel cane, che là non poteva più stare. Ma era del tutto inutile. Si dovette arrivare a prendere una decisione drastica. Alla fine Lampo fu caricato dentro un carro merci diretto al sud a Reggio Calabria dove sarebbe poi stato abbandonato. A centinaia di km di distanza dal suo mondo si sarebbe trovato spaesato, e avrebbe proseguito la sua vita chissà  dove. E in effetti Lampo era sparito dalla stazione di Campiglia Marittima, con gli addetti che si interrogavano su che fine avesse fatto. Ad Elvio saliva il rimorso, soprattutto a seguito delle continue insistenze della figlia Mirna che Lampo aveva più  volte accompagnato lungo il tragitto per l'asilo. Ogni tanto gli sembrava di vederlo spuntare da un angolo qua e là  .. ma era solo illusione. Alla fine si erano dati da fare anche per cercarlo, chiedendo a macchinisti e ferrovieri sparsi in giro per l'Italia se avessero notizie del cane.  Ma era tutto inutile. Quando tutti avevano perso le speranze, smesso di farsi illusioni sulla sua sorte e di cercarlo .... Lampo un bel giorno dopo mesi dall'accaduto improvvisamente apparve alla stazione. Ebbe appena la forse di arrivare all'ufficio di Elvio per stramazzare a terra dalla stanchezza. Era consumato da mesi di trascuratezza, uno sguardo perso, spiritato, addirittura pezzi di filo spinato che gli dilaniavano la carne. A Campiglia si diedero da fare per curarlo e metterlo in sesto. Ma il veterinario fu perentorio, dopo quello che aveva passato non si sarebbe più  ripreso.


Una volta ancora il mondo non aveva fatto i conti con Lampo, con la sua dilagante voglia di vita. Lampo non era malato di chissà  quale malattia incurabile, non aveva chissà  quale infezione o ferita da cui non potesse fisicamente riprendersi. I suoi mali erano interiori e squisitamente umani. Lampo era stato abbandonato dai suoi amici, Lampo era stato tradito e pugnalato nella sua fiducia, Lampo era stato privato della sua libertà  che si era scelto, che aveva costruito e negoziato, e che esercitava senza pesare o arrecare danno a nessuno. E che improvvisamente, per chissà  quale inspiegabile motivo gli era stata tolta. Questo lo aveva privato della sua fiducia negli uomini e di buona parte della sua vitalità . A differenza degli uomini Lampo alla lunga è riuscito a perdonare, a riprendersi e a riappropriarsi della sua vita. A Campiglia dopo aver pensato seriamente di averlo perso, chiudevano un occhio e anche entrambi, pur di rivederlo com'era. E cos'era diventato. "Uno di loro".

Purtroppo tutte le storie, anche le più belle, giungono alla fine e quella di Lampo è ormai arrivata al capolinea. La sera del 22 Luglio del 1961, nella stazione di Campiglia, un convoglio fa manovra e Lampo vi rimane sotto. Il motivo non è  dato saperlo, forse i riflessi non erano più quelli di un tempo, chissà. Il macchinista, bianco come uno straccio, corre verso Elvio, e gli da la triste notizia. "E' come se fosse morto uno di noi" dice il capomanovra con un filo di voce rotta dall'emozione. "Era uno di noi" ribatte Elvio, che vede a distanza una macchia bianca riversa sui binari. Ma non ha il coraggio di avvicinarsi. Lui Lampo vuole ricordarselo come lo ha sempre visto, pieno di vita, come quel lontano primo giorno di otto anni prima. Lampo viene seppellito in stazione ai piedi di un'acacia, in un giardinetto tranquillo.



Qui finisce la storia di Lampo, non la sua leggenda. Alla stazione di Campiglia è stato eretto un monumento, la statua di un cane che tende la zampa destra, con accanto il berretto d'ordinanza di ferroviere. Questo racconto reale è diventato un libro, edito per la prima volta nel lontano 1962, che ha cresciuto e commosso generazioni di ragazzi e studenti. Per alcuni anni il libro, esaurito, era finito fuori commercio. Ora è stato nuovamente ristampato. Di tutto questo cosa resta. Sicuramente una miriade di insegnamenti, di cui il rapporto tra uomo e cane è tutto sommato il più scontato e banale. Lampo, comportandosi come un uomo, ci ha svelato tanti meccanismi dell'animo umano. Ci ha insegnato che nulla vale quanto la propria libertà , che nessun prezzo è adeguato per barattarla, che nessun agio può ripagarla. La fiducia nel prossimo, il dolore del tradimento, la forza del perdono. Quante cose insegna un cane alternandosi tra le carrozze di un treno e i binari di una stazione.

Elvio Barlettani è recentemente scomparso, nel luglio del 2006. La statua di Lampo è stata imbrattata. Campiglia non è più la stazione importante di un tempo, i treni a lunga percorrenza non vi fermano più. Il mondo scorre più veloce, ma non per questo è  un mondo migliore.

venerdì 24 gennaio 2014

Il Paradiso .... all'improvviso

Riavvolgo il nastro di qualche giorno. A quella notte tra il 29 e il 30 dicembre scorso quando, passata da poco la mezzanotte, con l'animo stanco e lo sguardo assente,  osservo sul monitor gli orari dal sito di Trenitalia. Ricordo di aver pensato chi me la facesse fare una cosa del genere e, per alcuni lunghi minuti la mia convinzione ha vacillato. Tenevo a malapena aperti gli occhi, ma ero soprattutto provato da un anno di psicologici stenti. Al punto da arrivare lecitamente e chiedermi se non fosse più la ragione dell'abitudine, che una reale motivazione, a spingermi a fare quel viaggio l'indomani. Poi mi sono risposto che volevo trascorrere una giornata fuori di casa, senza pensare a niente e a nessuno, e osservare il mondo scorrere dal finestrino di un treno era probabilmente il modo migliore, per viaggiare lasciandomi guidare, senza dovermi preoccupare d'altro. O forse soltanto l'unico che conoscevo. Così mi sono rasserenato, ho spento il pc e mi sono messo a letto, che erano abbondantemente passate le una.


Quando alle 5:15 la sveglia ha suonato, avevo dormito appena tre ore, eppure mi sono alzato di scatto, riposato e tonico. Il 580 per Milano si stava incuneando nelle gole buie della Valserra. Alle 5:40 ero già in stazione. Cornetto alla crema e caffè ad andamento lento, e poi via sui binari. L'aria era brumosa, satura di umidità, tanto i marciapiedi erano imperlati di gocce che di li a qualche ora il giorno avrebbe asciugato. Quando ero già altrove, irrimediabilmente lontano. Ho visto paesaggi sfilacciarsi  allo sguardo, altri ricomporsi placidamente, mentre i paesi scorrevano lenti a fianco e intorno, di sopra e di sotto. E mentalmente annotavo, asperità e pendenze, tortuosità e cadenze.



Poi mi sono fermato in una stazione a ingannare il tempo, sulla via del ritorno. Sono stato attratto da un "oggetto", al punto da dedicargli diverse foto. Da molteplici angolazioni, prospettive, distanze. E ho finalmente capito quanto la fotografia, come già un tempo fu per la scrittura, mi stia salvando l'anima. Suggerendomi, talvolta insegnandomi, a osservare le cose in modo diverso. A concentrare e focalizzare, selezionare e togliere. Come con la scrittura, anche nella fotografia è la "sottrazione" la scelta spiazzante. Togliere riferimenti, decontestualizzare, porta a pensare e immaginare oltre quello che l'occhio vede. Un'operazione di taglia e cuci a cui sottrai elementi dal contesto reale per aggiungere stimoli del tuo mondo ideale. Ed ecco che quel qualcosa che è sempre stato lì e immoto per il mondo improvvisamente diventa qualcosa di unico e tuo. E più sei bloccato nella realtà da circostanzee e contingenze a impedire di muoverti, viaggiando fisicamente, più diventa vitale aprire queste finestre in cui lasciare affacciare l'animo, fosse anche solo la mente.

Cosi ho ripreso il treno, sereno e soddisfatto di me stesso. Quando è accaduto qualcosa che non mi sarei mai aspettato. Come mi sono svuotato di ogni pensiero, gli occhi si sono riempiti di lacrime. Mi sono cadute addosso nel loro invisibile peso, rompendo i sottili argini delle reticenze interiori. E ho rivisto mia madre, in quegli ultimi giorni d'ospedale, quando non c'era più niente da fare. E non sapevo più a che porta bussare. Quegli sguardi persi, le sue espressioni stravolte, incarnazione del disumano da cui non trafelava nemmeno un sussurro. Poi ho visto le giornate di quell'anno nefasto scorrere rapide come fogli di calendario. Poi ho realizzato che era trascorso un anno e in fondo in fondo al cuore e all'animo non era passato un attimo. Poi ho visto la gente scendere e salire da quel treno chiamato vita che sempre passa e mai aspetta, e tu puoi solo decidere se salire a bordo o restare a terra. E amen. Poi .. sono arrivato a Sulmona. Termine di corsa.



Sulmona non è semplicemente un luogo tra le montagne dove si incrociano due strade ferrate, da Roma a Pescara e da Terni a Isernia, né la frontiera tra la trazione diesel e quella elettrica. Sulmona è un punto cardinale tra il vissuto e l'immaginato, nella mia geografia dell'animo. Un spazio dove il tempo si è fermato, mentre l'acqua continua a scorrere fresca dalle fontanelle della stazione. Sulmona è il luogo in cui i miei genitori passarono di ritorno dal viaggio di nozze. A Sulmona, in treno, ho portato mio padre, mia moglie, e mia figlia Eleonora. A Sulmona so che potrò tornare ogniqualvolta il mio animo vaga in cerca di pace.