mercoledì 26 novembre 2014

Frozen

Dal mare alla neve. Come quel 21 febbraio del 2010. Crotone, una giornata limpida e luminosa che si specchiava sul porto, invitando ad attraversare le terre del “marchesato”, compresi i ruderi del Ponte sul Tacina, fino a Petilia Policastro. Per poi tagliare verso la Val di Neto, risalendo fino a San Giovanni in Fiore. E quella memorabile arrampicata sulla scarpata ferroviaria che introduceva al piano binari del capolinea della “Silana”. E proseguire verso San Nicola, per sprofondare in mezzo metro di neve che arrivava fino ai ginocchi, con i binari totalmente coperti dal manto bianco, e finalmente pranzare alle 15 nel caldo di una ex rimorchiata calabro - lucana.

Era forse il periodo migliore della mia vita, quello in cui riusciva bene tutto, in cui stavo mettendo gli ultimi tasselli di una realizzazione personale e familiare, coronata proprio in quei mesi con l’acquisto di casa. Il culmine di un lungo percorso che aveva finalmente impresso una repentina ascesa, fino ad arrivare in cima. Ma dalla cima, si sa, si può solo scendere. E’ la dura legge della condizione umana che vorrebbe librarsi e volare, liberandosi dei condizionamenti terreni, che invece fisiologicamente e quotidianamente, la tengono ancorata a terra. Così dopo un rigido inverno durato due anni e mezzo, di preoccupazioni, paure e presagi, mi preparavo ignaro a rotolare di nuovo a valle.

Dalla neve al mare. Come quel 24 dicembre del 2012. Era la vigilia di Natale, quando, parcheggiando l’auto lungo una piazzola della SS 107, mi calai dalla strada alla ferrovia. Dove una camminata di poco più di un km, che avrebbe impiegato al massimo 10 minuti, divenne una marcia di mezz’ora, arrivando a sprofondare nuovamente fino alle ginocchia in mezzo metro di neve, fino a Fondente, con il lungo tunnel dietro la curva, che sapeva tanto di profezia.  Intorno le orme dei lupi silani, calati di notte fino al tracciato da cui non transitava più treno. E un pezzo di tronco a sbarrare la linea in un punto.


Orme dei lupi silani sul binario coperto di neve della ferrovia Cosenza - San Giovanni in Fiore nei pressi della fermata di Fondente

Passarono le feste di Natale, e il 27 dicembre si tornò sul mare, da Corigliano a Reggio Calabria e ritorno.  672 km su littorina, in riva allo Jonio, con un sole che spaccava le pietre, abbagliando dal finestrino del treno in corsa.  Una maratona sospesa tra l’entusiasmante e l’estenuante, una sorta di “processione” che sentivo di dover fare, anche se ancora non capivo il perché. Quel giorno ricoverarono mia madre in ospedale, per l’ultima volta. Non credevo stesse maturando il momento dell’ultimo viaggio, quello definitivo. Che arrivò, puntuale, meno di un mese dopo.

Da allora il mio equilibrio si è spostato in un punto sospeso nel vuoto, fatalmente esposto alle raffiche provenienti dall’esterno. E, sebbene sia sceso bruscamente di quota, dentro di me è rimasto l’inverno, sempre più rigido col passare dei mesi. L'anima, sotto assedio, germoglia ruscelli di rabbia limpida come sgorga, che spaccano la croste dell’apatia. E' l'unica difesa che mi resta. Un giorno forse, capirò. Forse.

martedì 18 novembre 2014

Voyage 34 - The Complete Trip

 

Il viaggio è nella testa? Può essere, certo è meglio se gli si offre un ausilio pratico a cui appoggiarsi e vagare, come spostarsi portandosi dietro il proprio spazio - luogo fisico e mentale. Come lo scompartimento di un treno. Meglio se di notte. Meglio ancora se, per 5 ore filate, come dire da Orte a Parma, non effettua fermate passeggeri, nessuno scende e nessuno sale, nessuno viola lo spazio che ti sei creato e ti porti a spasso. Che è poi il "leitmotiv" di questo blog, quegli "orizzonti sfocati" che "dal finestrino scorrono implacabili". Barlumi di riflessi, istantanee di fotogrammi. Di Orvieto e Chiusi - Chianciano Terme, Terontola e Montevarchi, Firenze Campo di Marte, Prato e Bologna Centrale. Tra uno sbadiglio e un appisolamento, sui sedili disteso, tra il sound delle ruote che scivolano sul binario e lo stridere di rallentamenti e frenate. La nebbia tra Modena e Reggio Emilia, a Parma. dopo una notte di pensieri cullati qualcosa si anima, ed è quasi Piacenza. Tutto questo in un solo numero, 1910, che si porta con sé il mistero di una notte, tra tante.


Ed è sabato. Di pioggia, fitta e incessante, che ti bagna i vestiti e ti entra nelle ossa. E' qualcosa che non ti ferma, accompagnandoti per l'intera giornata, fino a sera. Però alla Bovisa si cala l'Asso, si quel piccolo grazioso comune in provincia di Como, dove fuor di metropoli e paesaggi urbani, il treno arrasa le case, e le stazioni sono discrete e graziose miniature. E mentre scorri nel verde piovigginante, scorgi quelle cascate alle pareti che fanno tanto Norvegia, poco distante dalla grigia Milano. C'è un fascino atavico e primordiale nel connubio discreto tra il paesaggio serafico da giardino di quei lembi di Lombardia lontana da chiassi e clamori, e le composizioni fantasiose e promiscue, semi-metropolitane, messe in piedi da Trenord. Che unisce le due piani Casaralta alle elettromotrici EA 750, di fattura ex "Nord Milano". Senza trascurare il fascino di certe stazioni tronche di testa, da cui tornare indietro. Che a dirla tutta è anche il fascino di tutto il discorso messo in piedi su quella rete, rimbalzare da un punto all'altro, avanti, indietro e di lato, da un marciapiede all'altro, di stazione in stazione, ovunque tu decida di andare, c'è sempre un treno che passa e su cui si sale. Senza tanti programmi, il viaggio te lo costruisci sul momento, a seconda di quel che prima passa. Così triangoli tra Seveso e Camnate, passando dalla rete sociale FNM a RFI, e punti al confine in direzione Chiasso, destinazione Como. Stazione "San Giovanni", così si chiama la ex FS. E fuori ancora piove, e ti sposti in bus verso il centro, verso il cuore pulsante da cui si affaccia la stazione FNM di "Como Lago". Da cui si presume voler ripartire, per un viaggio diverso dallo stesso luogo. Scruti quella graziosa tettoia in ferro che chiude i binari davanti al lago. Che intanto è esondato, allagando la strada. Ma è durante la sosta ristoratrice che le carte si mischiano e, in tavola, cambiano. Ti offrono un passaggio sul merci che da Chiasso scende diretto a Piacenza. Senza soste, senza cambi, cabina 483 Nord Cargo con vista, attraversamento del nodo di Milano compreso. Il famigerato "Wuppertal". E allora corri a ritroso tra le pozzanghere, aspetti alla fermata un bus che non passa perché hanno deviato il traffico, colpa del lago che non la trattiene e se la fa sotto. Alla fine prendi un taxi, perché restano 10 minuti. Per prendere un treno che ti porti a Cucciago, ameno marciapiede di campagna dove il treno deborda, lasciandoti in piena campagna in curva. Che per fortuna ha un sottopasso che ti protegge dalla pioggia. Aspettando il treno della salvezza. Signori, in carrozza. Sembra di stare su Train Simulator a grandezza reale, levette e pulsanti pigiati, strombazzamenti ai transiti nelle stazioni, ogni tanto la sabbiera azionata che piove e si slitta con il carico dietro, anche nei punti in cui è poco più che piana. L'ingresso in curva in quel di Monza, non è la parabolica ma poco ci manca, ed è già Milano. Greco Pirelli, Lambrate, Rogoredo, per essere "imbucati" a Lodi, che c'è il "riggitano" e il Piacenza a cui dar precedenza. E dell'attraversamento del ponte sul Po vogliamo parlarne? Che ti affacci sopra un mare d'acqua che si apre tra le travate, sommergendo campi e sollevando barche. Sarebbe quasi finita li, ma il Mak non vuol saperne di andare, e qualcuno deve far gli straordinari sotto la pioggia nei giorni liberi. Acqua su acqua, inzuppati fino al midollo, fino al portone di casa.


Poi c'è la domenica, sulla via del ritorno. Un altro numero, 599, identificante un segmento da Milano a Terni. Che già leggere Terni in certe stazioni fa un certo effetto, abituati a Milano e Voghera, Torino e Genova, Bologna, Rimini, Ancona e Pescara, Bari, Taranto e Lecce, Livorno e Pisa. Napoli, Salerno e Reggio Calabria. Giusto per fare due nomi sparsi in giro per l'Italia. In tutto questo Terni che c'entra. Se lo sarà pur chiesto quealche migliaio di viaggiatori nel corso degli anni. Il "Tacito" è sempre lui, una cenerentola ferroviaria divenuta principessa nella moria generale di intercity, espressi, notturni, i c.d. treni a lunga percorrenza. Che nell'epoca delle carrozze convertite a "salone" ancora odora di "scompartimento", non solo in seconda, talvolta anche in prima classe. E' sempre lui che ti conduce a casa nel cuore della notte, attraversando l'Emilia e la Toscana, prima di infilare da cima a piedi l'Umbria. Quel treno che sembra darti l'illusione reale e tangibile di uscire da quel provincialismo a cui sei relegato. E al quale, alla fine di ogni viaggio, sulla terra e nella testa, ritorni. Il "trip" è servito.