martedì 17 novembre 2015

Epitaph



Due immagini rimarranno per sempre impresse nella memoria di quella domenica 8 novembre.

La partenza alle 6 di mattina, io e Vittorio che imbocchiamo la SS 106 Jonica e ci troviamo di fronte l’alba sul mare, mentre il lettore spara “21st Century Schizoid Man”. Mancava solo il Murge, il Crotone – Milano a impegnare la serpentina di Torre Melissa a picco sul mare. Solo pochi anni prima ci sarebbe transitato davanti nell’arco di dieci minuti.

E l’arrivo a Cosenza del treno a vapore, a tenebre scese, quando, in uscita dalla galleria, in omaggio ai passeggeri turisti , Giuseppe e Pietro fermano il convoglio sul ponte in ferro alla confluenza tra il Busento e Il Crati, storico confine tra la città vecchia e la nuova. Una finezza interpretativa che solo chi ha ben coscienza del luogo, e di come attualmente è allestito, può arrivare a comprendere.

Tra il silenzio dettato dello stupore, lo sciacquio sussurrato dalle acque dei fiumi, il respiro al minimo dalla caldaia della 353, si srotola un gioco di luci che fa capolino nel buio, che va dall’azzurro al giallo al verde all’arancio al rosso. Le luminarie dei lungofiumi, alternate a quelle che irradiano i complessi storico-religiosi, sotto l’egida autorevole del Castello Svevo. Ovunque ti giri, a sinistra o a destra, davanti o indietro, è un colore e un’emozione diversa.

Questi i due passaggi smarcanti che hanno trasformato una giornata ferroviaria importante in una wagneriana cavalcata trionfale. Sebbene in mezzo sia passato un mondo incontaminato e intatto come quello silano, dalla vegetazione lussureggiante metà verde smeraldo metà a chiazze autunnali giallo-rosso-marrone. Con un binario incastonato nel verde a 1.406,50 metri s.l.m.

E’ che le nostre ferrovie sono differenti. I nostri ferrovieri sono differenti. I nostri treni sono differenti. Non servono artifici. Né altre parole da spenderci sopra. Signori in carrozza. Altro giro, altra corsa. Sarà sempre una storia nuova, un'avventura diversa.

lunedì 2 novembre 2015

Cosa resterà della Ferrovia Jonica?



Le immagini disastrose che hanno iniziato a scorrere sul web nel disgraziato pomeriggio di ieri hanno fatto volare il pensiero a quel 15 agosto 2015, appena due mesi e mezzo fa.

Come spesso accade da qualche anno a questa parte, da quel maledetto giugno 2010 in cui hanno tolto tutti i treni diretti in partenza da Roma, mi son dovuto ingegnare sul modo migliore per scendere in riva allo Jonio per trascorrere finalmente le (mai tanto come quest'anno) agognate vacanze. Con l'aggravante che essendo un giorno festivo, le possibilità di scelta, già scarne e scomode, erano ancor più risicate. 



La possibilità più comoda era quella di ripetere, a ritroso, il viaggio dell'andata della settimana prima, lungo la via Adriatica, ma l'idea di stare nuovamente un paio d'ore fermo in piena notte alla stazione di Ancona per prendere poi un treno già pieno in arrivo da Milano, non mi solleticava granché. Ma quella sarebbe stata la via più celere e diretta, che mi avrebbe consegnato a Corigliano alle 10:30 del mattino dopo. Le vie calabresi erano tutte scomode: scendere a Paola alle 4 significava nella migliore delle ipotesi stare 2-3 ore fermi prima di poter arrivare a Castiglione/Cosenza, e considerando che era un festivo, sarei arrivato a Sibari il giorno del cunno. Scendere a Lamezia alle 5.15, comportava anche li stare fermo delle ore prima di prendere la diligenza per Catanzaro, e aspettare anche li la coincidenza per Sibari. Ci avrei messo delle ore pur essendo già in Calabria prima dell'alba, per rompere le uova nel paniere alla mia famiglia che poteva gustarsi con calma il pranzo del Ferragosto. Alla fine scelsi la via più lunga e pittoresca, quella del giro dell'orto, ma che almeno aveva un suo intrinseco senso. Nella giornata della gita fuori porta, e ormai in odor di vacanza, ho deciso di regalarmi un giro della Calabria "coast to coast", dal Tirreno allo Jonio, scendendo da Roma a Reggio Calabria, dove in tre ore di sosta avrei potuto godermi lo splendido lungomare con lo spettacolo dello Stretto, i suoi venticelli che contrastano la calura estiva, e sedermi a mirare senza pensare. E poi prendere l'IC 562 che da Reggio conduce a Taranto, viaggiando su un materiale confortevole (l'unico rimasto in linea, quando si ha la fortuna di trovarlo in turno) senza alcun cambio alla stazione di Catanzaro Lido. E così feci.





Per qualche ora mi sentii come quei grandi scrittori ottocenteschi da "Gran Tour" che giravano l'Italia e l'Europa in carrozza, senza fretta e ponendosi fuori dal tempo, sorseggiando le calma le bellezze che ti scorrono davanti. Che, nel caso della ferrovia jonica a sud di Catanzaro è il caso di apprezzare con la dovuta lentezza. Perché parliamo di un binario che da appena fuori Reggio Calabria e fino alla Locride costeggia preticamente il mare. E' un punto di vista privilegiato ed inedito, perché non ce ne sono di eguali, percorrendo la statale. Oltre il binario c'è la sabbia, e il mare. Cristallino. E molte spiaggie sono vergini, senza stabilimenti, che se hai il privilegio di potervi accedere a determinate ore sei solo tu e l'immenso blu davanti. Richiamando alla mente più quotati e inflazionati paesaggi oceanici del Pacifico e dell'Atlantico. Vengono in mente le parole e le immagini di Francesco Guccini nella sua "Canzone della Bambina Portoghese":

"Sentì che era un punto al limite di un continente
sentì che era un niente l'Atlantico immenso di fronte.
E in questo sentiva qualcosa di grande
che non riusciva a capire che non poteva intuire
che avrebbe spiegato se avesse capito lei e l'oceano infinito  
ma il caldo l'avvolse si sentì svanire e si mise a dormire.
E fu solo del sole come di mani future 
restaron soltanto il mare e un bikini amaranto."

Dal'altra parte ci sono i paesi che si srotolano lungo la statale 106, la "Route 66" di noialtri, che scorrono e si mimetizzano nel paesaggio, alle volte scorgi le colline e i monti dell'Aspromonte in fondo, e in alto scorgi Pentadattilo, arrivi a doppiare Capo Spartivento e la ferrovia piega per risalire il fondo dello Stivale. Fino alla Locride è uno spettacolo continuo, che poi a seguire si rinnova solo per brevi e limitati tratti.



Ovviamente non scrivo tutto questo per tediarvi con la telecronaca di un ferragosto alternativamente diverso, ma per lanciare un monito, indirizzato prima di tutto agli amici calabresi. Prestate attenzione a quel che accadrà da domani in avanti nei giorni a venire. Perché io lo so che nello sconforto gli strali si stanno già caricando verso lo Stato che è lontano, il Nord che vi ha depredato, il TG che vi mette in penultima fila, il turista che va a Rimini anziché a Soverato e via discorrendo. Ma non dimenticate mai che la serpe più velenosa  ve la covate in seno e non attende che questi momenti di panico e distratta rivendicazione collettiva per colpirvi mortalmente nel fianco e lasciarvi esangui e a piedi. Non dimenticate che c'è una stuolo di gente che non attende che questi disastri per oliare gli ingranaggi dei loro loschi piani. Non dimenticate che esiste già tutto un nugolo di affaristi che in tempi non sospetti denunciava nella presenza della ferrovia l'ostacolo per cementificare le spiaggie. Non dimenticate che esistono sindaci beceri che fomentano le popolazioni per un passaggio a livello che si abbassa ogni ora e mezza quando va bene per un paio di minuti (millantandone otto), e non dicono nulla quando i torpedoni che partono da ogni sputo di paese verso il resto d'Italia intasano e bloccano tutta la viabilità interna. Non dimenticate che la vostra Regione non ha detto "ah!" al Ministero mentre vi toglievano tutti i treni a lunga percorrenza, fregandosi le mani perché gli amici degli amici lucidavano nei loro depositi i bus sostitutivi già pronti per l'indomani. Cosìcché oggi uno è costretto a farsi un viaggio di 1.500 km da Bianco a Torino in bus, condizione degna di un paese da terzo mondo. Non dimenticate che da tempo Rete Ferroviaria Italiana sta depotenziando la Ferrovia Jonica sotto gli occhi distratti dei vostri governatori. Non dimenticate, soprattutto, che dal 20 novembre la Regione Calabria chiuderà i rubinetti verso Trenitalia, e rischiano di restare su tutta la Jonica 3 coppie di regionali Sibari - Reggio Calabria , e nessun treno sulla Catanzaro - Lamezia e sulla Sibari - Cosenza. E che i servizi attuali rimarranno fino al cambio d'orario fissato a dicembre sarà solo per gentile concessione di Trenitalia. Tutte queste cose, "sappiatele" e stampatevele bene a mente. Senza dimenticarvi che hanno lasciato chiusa un anno e mezzo  la trasversale Catanzaro - Lamezia per installarvi poi un "ponte provvisorio" che una media officina di carpenteria metallica avrebbe realizzato in appena una settimana. Stampatevele nella mente queste cose, perché il disastro che si è consumato ieri non si ripara in un giorno, e qualcuno potrebbe non avere urgenza di ripararlo ben sapendo che la Regione Calabria non è affatto intenzionata a mantenere un livello minimo accettabile di treni. Aprite gli occhi, amici calabresi, non fate come quella signora incontrata a Roma Tiburtina che doveva scendere in treno a Soverato, che a 5 anni di distanza ancora ignorava che non ci sono più treni tra Roma e lo Jonio.

Questa purtroppo è la mia più grande paura. Che non vedrò più quel mare, quelle spiaggie scorrere dal finestrino del treno. 



Postilla personale:

Era il 27 dicembre del 2012 quando, di prima mattina, presi il treno dalla stazione di Corigliano Calabro per raggiungere Reggio Calabria, all'indomani della mia risalita in Umbria. Erano 336 chilometri al'andata, più altrettanti al ritorno, erano 672 km su quel bus d'antan su rotaia denominato ALn 668 da consumare in giornata. Un arco tutto jonico spalmato su 4 treni, complice il duplice cambio a Catanzaro Lido. Quel giorno ero in compagnia dei miei migliori amici di Ferrovie in Calabria, che ogni santo giorno si battono per un dignitoso diritto alla mobilità nella loro Regione. A Torre Melissa salì Vittorio Lascala, a Catanzaro Lido Francesco Lazzaro, a Soverato Roberto Galati, a Siderno Luca Pisconti, a Locri Sergio Grasso. Alla stazione centrale di Reggio Calabria ci raggiunse l'amico Vincenzo Calabrò, essendo lui non jonico, di Bagnara Calabra. Quegli stessi amici con cui mi ritroverò nella giornata di domenica 8 novembre a Cosenza per contribuire allo svolgimento del treno storico per Rogliano, tassello inportante nella battaglia di sensibilizzazione al ripristino della spettacolare ferrovia silana Cosenza - San Giovanni in Fiore, la più alta d'Italia, con i suoi 1.406,50 metri s.l.m. Eravamo felici e orgogliosi di radunarci questo fine settimana, e in parte lo siamo ancora, ma nulla toglie che dopo quanto è successo ci andiamo con un macigno nel cuore. Perché anche l'importante causa della Ferrovia Silana, adesso passa in secondo piano rispetto al disastro infrastrutturale che è accaduto giù nella Locride, e che rischia di minare seriamente il futuro della mobilità pubblica in quel lembo di Calabria, in quel lembo d'Italia. Siamo tutti costernati, amareggiati, anche molto arrabbiati perché già prevediamo di dover sputar sangue per ripristinare lo status quo. Ma non possiamo fare altrimenti, se non interagire con gli accadimenti, e prestare il massimo impegno e attenzione per quel che il futuro ci presenterà dinanzi.  

Io personalmente, non posso esimermi. Quel 27 dicembre del 2012 è un giorno che non potrò mai dimenticare, perché mia madre, malata, fu ricoverata all'Ospedale di Terni per l'ennesima volta. L'ultima. Non uscirà più viva da quel reparto, spirando meno di un mese dopo. Ovviamente allora non potevo saperlo. Nel giorno della commemorazione di tutti i defunti gli mando da qui il mio personale pensiero. Per una tragica ironia del destino, mi trovo oggi a ricordare quel giorno in questa particolare ricorrenza a poche ore dal disastro consumatosi in loco. Questo per dire che a quel binario penzolante in riva al mare ci sono attaccato con le unghie e con i denti. Che lo si sappia in giro.

giovedì 13 agosto 2015

On the Sunday of Life

Il Reg 3811 Taranto - Catanzaro Lido in sosta alla stazione di Corigliano Calabro, in attesa di incrocio con l'IC 618 "Murge" Crotone - Milano C.le

Alle volte ci provi a fermarlo il tempo, ma quasi mai ti riesce bene. Ad esempio sabato pomeriggio, una volta approdati in Calabria, posati i bagagli dopo 4 piani di scale, fatta la spesa al supermercato, sono andato al mare con mia figlia. Un po' titubante, ma ho lasciato il cellulare a casa. E per un paio d'ore me ne sono dimenticato. Niente facebook, niente spippettamenti con il mondo esterno, niente stupidi selfie o scatti di quel che hai intorno con l'assurda pretesa che parlino di te per te, come se fossimo solo i luoghi in cui siamo e quel facciamo in un fottutissimo istante. Per me poi, che non porto orologi, il cellulare è importante come riferimento temporale. Che ore sono, quando devo rientrare. Niente, nemmeno quello. Sono in vacanza, non devo correre dietro a niente e nessuno, quando rientro ceno, quando mi stanco me ne vado dalla spiaggia. Che in fondo per staccare la spina non basta cambiar luogo, bisogna cambiare abitudini, quelle nocive che ci portiamo ovunque, al cesso e anche e soprattutto in spiaggia. Diceva Seneca che "il tuo spirito deve cambiare, non il cielo sotto il quale vivi", che non troverai sollievo nella fuga perché "fuggi portandoti dietro te stesso". E pensare che io in vacanza non c'ero ancora, ero soltanto un'anima in transito.


Stazione di Corigliano Calabro - Incrocio tra il Reg 3811 Taranto - Catanzaro Lido e l'exp 618 "Murge" Crotone - Milano C.le

Poi, come dicono i Porcupine, "On the Sunday of Life", così, nella domenica della vita ho preso il treno e ho circumnavigato mezza italia, per tornare a casa, al lavoro. Che io al fascino di queste cose qui ancora non mi ci sono rassegnato. Vedere l'Italia che ti scorre lenta dal finestrino, quella fisica-geografica che si sovrappone a quella dell'anima, perché finisci sempre per intersecare ricordi, stagioni della vita, importanti per te e la tua famiglia. Con le emozioni che sono una volta diverse, anche quando reiteri gli stessi pensieri. Come quando passi a Taranto. Cosa vuol dire Taranto per te. Un luogo in cui sei stato all'età di due anni di cui non hai ricordi. Poi un nome della carta geografica, dove veniva spesso spedito tuo padre quando lavorava all'Ansaldo. Una città per certi versi simile a Terni, quasi 3 mila anni di storia di cui nessuno si ricorda più per poi essere etichettata con sufficienza come la città dell'acciaio, dei tumori e dell'inquinamento. Poi Taranto è diventata un cartello sulla SS 106 anteposto a Reggio Calabria. Poi, qualche anno dopo, quando i treni per Roma non circolavano più sullo Jonio, Taranto è diventata una stazione. E allora eri li, la domenica mattina, a prendere quel treno che da Crotone saliva a Milano, quello che chiamavano il "Murge". E lo prendevi a quella stazione simpatica li, quella in curva con due binari in croce, talvolta entrambi impegnati perché era spesso usata come punto d'incrocio tra i treni che muovevano nelle opposte direzioni. Che i treni quando fermano sembrano tutti inclinati sulla parabolica. Quella stazione che domini dal cavalcavia. Si, proprio quella stazione li, che ieri era un cumulo di fango, con la ferrovia che per un lasso di tempo era diventata un fiume in cui non intravedevi più i binari. Da quella stazione prendevi il treno per Milano, che arrivava a Taranto, dove cambiava locomotore e ripartiva alla volta di Bari, per poi proseguire, previa inversione, sull'Adriatico. Feci due viaggi su quel Murge, nel febbraio e nel luglio del 2011, per tornare a Terni. La prima volta arrivai ad Ancona, dove cambiai con il regionale per Roma. La seconda volta cambiai a Foggia, presi una frecciargento per Roma via Benevento - Caserta, e di li col regionalicchio per l'Umbria. Poi tolsero davvero tutti i treni per Crotone, tolsero pure i regionalicchi e a Taranto non si arrivava più. Fino a quando non misero quel buffo IC mignon, o Regio-Ic da Reggio a Taranto e vv. per consentirti di prendere il notturno che da Lecce sale a Milano, che ovviamente fa il giro della peppa via Brindisi - Taranto, perché nel frattempo a Taranto avevano tolto i notturni su Milano, e in Puglia, a differenza della Calabria, la Regione si era davvero incazzata. Finendo per strappare il contentino. Cosi tornai altre due volte a Terni da Taranto, lo scorso anno e appunto sabato. Prendendo l'IC barzelletta fino a Taranto, e poi il notturno da Lecce per Milano, per stare un'ora e mezza fermo dalle 2:20 alle 3:50 ad Ancona, per arrivare fresco a Terni alle 6:30, il tempo di una doccia a casa e poi filato al lavoro. E ho riprovato quel brivido arcano, quando dopo una scorpacciata di treno a filo sul mar cristallino, con le spiagge semideserte a ghiaioni, le rigogliose pinete che da Metaponto arrivano quasi alle porte della città pugliese. Poi inizi a vedere quelle grandi gru portuali che sembrano enormi cicogne dal collo piegato, e le grandi cisterne delle raffinerie, i cementifici, gli altoforni e le acciaierie, i grandi tubi sparsi a terra, le strade mezze rosse dalla polvere che vi cade sopra, poi i binari si allargano, e vedi le carrozze vecchie, quel poco che resta del vecchio deposito dove fino a non molto tempo fa giaceva materiale storico custodito con dedizione da un'associazione locale, poi fai una esse e ... "Taranto, stazione di Taranto. Termine di corsa del treno". E non capisci bene dove sei finito, che stanno già sganciando il D445, e a poco distanza sul binario adiacente c'è il 245 che aspetta solo di rimorchiarsi le due carrozze e infrattarsele, al riparo da occhi indiscreti. E tu stai li a domandarti che, tutto sommato .. il viaggio, quello vero, deve ancora iniziare. Anche se sembra passato tanto tempo. Che hai attraversato la spina dorsale dell'antica storia d'Italia, scritta tra Crotone, Sibari e Metaponto. Si, proprio quella Metaponto dove meno di 5 anni fa hanno rifatto la stazione nuova di pacca, per poi disalimentare i binari 4-5-6 e 7, e lasciare il tempio impresenziato.

L'Exp 953 Metaponto - Catanzaro Lido, antenna dell'Exp 951 Roma T.ni - Lecce, in sosta alla stazione di Corigliano Calabro
Eh si che il tempo inganna. Da un giorno all'altro ti cambia tutto, da un giorno all'altro, che sia la natura o Trenitalia, rischiano di toglierti tutto, e quello che fino a ieri ti sembra abitudine, familiare, nel giro di una stagione o due sembra diventato lontano anni luce, tanto ha stravolto le tue abitudini. Che sarebbe successo ad esempio, se quello che è accaduto ieri fosse accaduto l'agosto di 6 anni fa. Che sarebbe successo con la chiusura della ferrovia da Sibari a Cirò ai tempi del Murge, del Sila, del 953, della Freccia Adriatica e di quella del Levante, con la linea, che chiude, alle 8 di mattina. Io oggi me lo sono chiesto. Intorno alle 7:30, in piena tempesta d'acqua, il Murge avrebbe (il condizionale è sempre d'obbligo, con la natura ma anche e soprattutto con Trenitalia) incrociato a Corigliano con il reg 3811 da Taranto per Catanzaro Lido. Arrivato a Sibari prima delle 8, avrebbe proseguito indisturbato la sua corsa verso Milano. Il tarantino avrebbe forse rischiato di rimanere imbucato da qualche parte in linea, se non riusciva a passare Cariati. E l'exp 953, quello che da Roma via Potenza mi lasciava tutte le estati il sabato mattina in riva allo Jonio? Quello arrivava a Corigliano proprio alle 8:00 del mattino (7:58 per la precisione): probabilmente lo fermavano a Sibari, altrimenti alle 8:00 avrebbe trovato ricovero proprio nella piscina alluvionale di Corigliano. E tutti gli altri? Il Sila, ex Genova - Torino poi limitato a Roma, che a memoria arrivava a Corigliano intorno alle 9:30, partendo da Crotone più o meno alle 8:00 ... non lo facevano certo muovere dallo scalo pitagorico. Gli altri due, i notturni Freccia Adriatica da Torino a Catanzaro e Freccia del Levante da Milano a Crotone, arrivavano assai più tardi; il primo fermava alle 11:17, il secondo intorno alle 13:00. Quelli nella migliore delle ipotesi li fermavano a Sibari, ma non è escluso che, molto probabilmente la Calabria non l'avrebbero nemmeno vista, finendo con il limitarli proprio a Taranto. 

L'Exp 953 Metaponto - Catanzaro Lido, antenna dell'Exp 951 Roma T.ni - Lecce, in sosta alla stazione di Corigliano Calabro

Perché scrivo tutto questo? Perché i treni possono essere fermati da Trenitalia o dal fango, ma i ricordi, quelli non li ferma nessuno. Neanche il tempo. E fine della corsa.

mercoledì 29 luglio 2015

Pensieri a saldo

Poi arrivano quei momenti  in cui senti l'esigenza di disfarti di quei pensieri troppo a lungo indossati. Non importa quanto cari ti siano costati in termini di risorse interiori, semplicemente ingombrano, appesantiscono, e non calzano più come un tempo. Devi disfartene, bisogna fare spazio a nuovi impulsi e stimoli. Dentro, intorno. Soprattutto avanti.  

Invece spesso avviene il contrario. Ci si affeziona a quanto imparato e intuito nel tempo, e lo si conserva ad oltranza, come una reliquia rassicurante da spolverare di tanto in tanto, quasi che la perdita di quel gruzzolo di pensieri, divenuti oggetti da collezione, comportasse la perdita stessa della propria identità. 

Invece la vita insegna che è proprio il fluire dei pensieri, il loro continuo sgorgare e rigenerarsi, che forgia l'identità e leviga l'anima; non il loro ristagnare perdurante e imperterrito. Chi ha paura di perdere se stesso in realtà non lo è mai stato, e probabilmente mai lo sarà. 


domenica 31 maggio 2015

Enjoy the Silence



Partiti i treni, in stazione odi solo due voci. Quella dell'acqua delle fontanelle che copiose zampillano e quella degli uccellini che cinguettano. Null'altro. Amo Sulmona anche per questo. Non è un semplice scalo, ma una sorta di Eden in cui è miracolosamente arrivato il binario.

mercoledì 22 aprile 2015

Storie

Amo quelle storie che non hanno inizio né fine, sono semplicemente lì che restano in circolo. Non chiedono nulla, eppur son sempre pronte a strapparti un sorriso, rubarti un'emozione. Come l'aria dispensano profumi, fragranze, odori.

Adoro quegli incontri che non avvengono mai quando lo decidi tu. Che stai lì a contare i minuti e pesare i secondi giusti per metterti in strada e poterla incrociare, ma non è ancora uscita dal lavoro oppure è già arrivata a casa, e l'unica traccia di lei è la sua auto parcheggiata in bella mostra. Poi quando rinunci a cercarla ti sbuca alle spalle, alla fontanella dell'acqua o in cartolibreria, come un'apparizione miracolosa. Che come ti volti sbatti addosso ai suoi occhi, veloci e potenti come un schiaffo in pieno viso. E si che lasciano il segno.

giovedì 16 aprile 2015

Fuori e Dentro il Borgo

Sono tre anni oramai che ogni volta che torno al borgo, avverto quella sensazione di "sospensione". Che poi chiamarlo "borgo" è un complimento. Ponte San Lorenzo è un ammasso di case senza alcun costrutto, non è né Terni né Narni, in fondo forse neanche sé stesso. Una continua urbanizzazione senza alcun servizio. Alle volte mi chiedo come faccia la gente a continuare a vederlo come una sorta di terra promessa da voler continuare a restarci, comprarci casa, e farci crescere anche i figli. In 34 anni l'ho visto cambiare pelle almeno due - tre volte, ricordo ancora quando la strada finiva dietro casa mia, oltre c'era solo un mare di campi dove oramai da molti anni ci sono i "campetti", i cosiddetti impianti sportivi. Ho visto la gente partire e tornare, invecchiare e morire, nascere e crescere.

Però avverto sempre quel senso di personale sospensione, ogni volta che torno. Non che il tempo si sia fermato, che ha continuato a scorrere velocemente di anno in anno, al punto che alcune di quelle che all'epoca erano poco più che bambine, facciamo "ragazzette", oggi le incroci che sono donne compiute, hanno studiato, preso la laurea, oppure lavorano già da qualche anno. E' solo il filmato della tua vita che è andato in pausa, e ogni volta che ripremi "play" non ricordi più dove lo avevi lasciato. Per anni non ci facevo caso. Per anni, non me ne è fregato assolutamente nulla.

Poi si è ammalata Mamma, e nel giro di due anni è morta. Per me è come fosse venuto giù il Vajont, nulla è stato più come prima. Un'ondata che ha cancellato tutto, lasciandomi attonito e incredulo. Una parte di me se l'è portata via l'acqua, inghiottita dal passato; l'altra, come un superstite che rovista tra le macerie di quel che è rimasto, cerca tracce di quanto ha lasciato in sospeso. Quei momenti che non ho vissuto, le tante volte che sono scappato altrove. La mia camera, i suoi libri e fumetti. Gli oggetti. Non lo so nemmeno io cosa cerco, cosa diavolo vuoi trovare nelle risposte che non ci sono.

Devi guardare avanti, ti dicono. Il bello è che io guardo avanti, nei luoghi dell'indietro. Non è nostalgia né rimpianto, perché è qualcosa che non è stato scritto, non è mai andato in scena, quindi non è andato nemmeno perduto. E' lo sguardo di oggi nei paesaggi di ieri. Qualcosa di familiarmente inedito, ma che sa di scoperta, di tanto in tanto. Cerco il bandolo della matassa, perché so che è lì che è conservato.

Ieri come oggi per me resta un "non luogo", un posto di transito e movimento dove tuttavia ho dimorato a lungo, quando viaggiavo altrove con il pensiero. Però in mezzo sono cambiato io. Che tornerò sempre, ma non tornerò più quello di un tempo.

lunedì 23 marzo 2015

Prima Vera

La mia "Freccia Zafira", un piccolo punto interrogativo negli sconfinata pagina naturalistica offerta dal Pian Grande di Castelluccio il primo giorno di primavera
Già dalle prime battute questo 2015 aveva mostrato carattere, alternando germogli prepotenti di bella stagione a repentine regressioni d'umore. Ho voluto così testare il debutto della "primavera" in una platea d'eccezione: il Pian Grande di Castelluccio di Norcia. Ho preso mia figlia Eleonora e il mio  cucciolo di cane Spritz e, saliti in auto, ci siamo diretti in Valnerina, con il piglio di attraversarla tutta d'un fiato, senza respiro. Durante il tragitto ho formulato varie ipotesi sul cosa avrei trovato lassù, a quota 1.452,  in quel mirabilante catino cinto dalle montagne dove da un giorno all'altro il paesaggio trasmuta seguendo perturbazioni e assecondando capricci del tempo. Man mano che l'auto saliva di tornante in tornante verso la cima come uno stambecco, la presenza di neve ai bordi della strada iniziava a farsi copiosa. E neve c'era li agli spiazzi lungo la strada, dove questa scollina, verso la discesa che plana all'interno della vallata. Un gruppo di stranieri si rotolava in mezzo alla neve con uno slittino "improvvisato". Ci siamo fermati, il tempo di far sgranchire il cane, far giocare Ele con la neve, e inquadrare la situazione scattando qualche foto panoramica. Dall'alto la piana mostrava un aspetto "transitorio", alternando residui di lingue di neve a diffuse chiazze d'acqua create dallo scioglimento della stessa, ma nel complesso regnava il verde marrone della terra emersa e dell'erba umida. Intorno le montagne era completamente innevate.

Panoramica del Pian Grande di Castelluccio di Norcia come si presentava il 21.03.2015
Ma per rendermi davvero conto di cosa avevo davanti, sono dovuto scendere a valle. La prima grande sorpresa l'ho avuta alla fine della discesa, al curvone che immette sul rettilineo che taglia tutta la vallata. Sulla sinistra una lunga lingua di neve ghiacciata che dalla montagna arrivava fino alla strada. Ad una manciata di metri una splendida mucca bianca si stava abbeverando ad una fonte improvvisata, un solco di terra che lo scioglimento della neve ha riempito d'acqua. Presto seguita da una sua compagna.

"Atom Heart Mother" a 45 anni di distanza
Sull sfondo una piccola processione di bovini si apprestava a imitarle. Sembravano apparse da un mondo fantastico, eppure erano così reali nel loro lento inesorabile incedere  nel giro di pochi minuti li ha portati tutti a poca distanza dalla mia auto.

Attraversando la Transiberiana?
Io ero li assorto e meravigliato a fare foto, con il finestrino abbassato e il motore dell'auto acceso, nel caso qualcuno di questi meravigliosi animali avesse manifestato cattive intenzioni. Che alla fine in linea d'aria eravamo a poco più di 5 metri di distanza. Così non è stato, per buona pace e soddisfazione di tutti i presenti.

Sguardo di indifferenza o  guanto di sfida?
Il tempo di riprenderci da quello straordinario quanto naturale spettacolo che abbiamo ripreso la strada che taglia la piana, scegliendo un posto dove accamparci. Un punto sperduto di quello sconfinato spazio. Il tempo di un rapido pranzo al sacco, e abbiamo iniziato a guardarci intorno. Dall'erba spuntavano piccoli fiori dal colore violaceo, quasi impercettibili a distanza. Primi germogli  di primavera candidamente apparsi al ritirar della neve.

Barlumi di fioritura sulla Piana

Eleonora si china a raccogliere alcuni fiori
Lascio i miei cuccioli liberi di scorrazzare nell'immenso verde, e mi guardo intorno alla ricerca di scorci da catturare. Puntualmente offerti dalle montagne che si specchiano negli specchi d'acqua rimasti nel cuore della vallata.

La Natura si specchia nella sua Magniloquenza


Orizzonti riflessi

Nude e spassionate "riflessioni"
Ovviamente non manca uno sguardo deferente al principale "protagonista" della scena, che dal suo piccolo eremo controlla la vallata.

Castelluccio di Norcia, guardiano sospeso tra Terra e Cielo
Un piccolo omaggio a Spritz che alterna corse sui prati a strusciate a "passo tattico" sulla neve.

Bianco e Nero a Colori: Spritz sulla neve
Ma c'è una cosa che più di tutte mi ha stupito, oltre che emozionato, è che per lunghi tratti siamo rimasti soli, li sulla piana. Nessun altra presenza umana. Poi magari passava un auto, si fermava 5 minuti, i passeggeri scattavano due foto al volo, e ripartivano. E restavamo di nuovo solo, noi e gli sterminati spazi lunghi chilometri, delimitati dalle montagne bianche. Poi arrivava un'altra auto, altra breve sosta. E via, di nuovo "siamo solo noi".E' proprio il caso di dirlo. E' stata una "Prima Vera".

mercoledì 18 marzo 2015

Intermezzo

Nonostante la crisi di vocazione ferroviaria che ha colpito ogni scalo d'Italia, ogni tanto, anche se sempre più di rado, qualcosa di interessante lo si riesce a vedere ancora a Terni. Erano quasi le nove quando, finite le commissioni, mi sono fermato in stazione a fare colazione. Mentre mi affacciavo sul piazzale ferroviario, una 652 manovrava i carri vuoti dal binario 1 al fascio della Thyssen. Contemporaneamente e in sordina, dal binario 5 partiva il regionaletto per l'Aquila. Sullo sfondo, in posizione molto defilata, c'era la 189 bianca (finalmente ce l'ho fatta a beccarla a Terni), che sembrava quasi guardata a vista da una 190 CFI. Il tempo di sporgermi qualche metro dalla banchina per una fotaccia ricordo scattata con il cellulare a distanza, e arriva l'IC 533 Ancona - Roma, con doppia di 403 (la seconda di rimando) in testa. Arrivava al contempo il 2480 Roma - Perugia. 


A ben guardare, la stazione è uno dei pochi angoli della città di Terni in cui, nonostante tutto e tutti, continui a sentirmi a casa. Sarà perché è stato crocevia di tante fasi della vita, quando ancora dei treni non me ne fregava nulla (e non pensate che ora come ora me ne freghi molto di più, per me restano principalmente un mezzo di trasporto che offre spunti di suggestione poetica e inviti a viaggiare con la testa, prima che con il corpo), vedendomi sia spettatore che attore protagonista. Sarà che è rimasto l'unico angolo della città con un propria, distinta, identità. Finiti i tentativi di riconversione a città universitaria e del cinema, falliti i pallidi tentativi di scopiazzamento delle idee altrui, una volta tramontata l'età industriale dell'oro, son rimaste le ceneri di una città in crisi di vocazione e di identità, prima ancora che sociale ed economica. 

In tutto questo la stazione è rimasto l'unico angolo che ancora tiene banco e tiene botta, smuovendo qualcosa, fossero anche solo i pendolari in cerca di fortuna, o qualche pertugio in cui evitare di lasciar intorpidire i sogni nella bruma che avvolge la città di prima mattina.

lunedì 16 marzo 2015

Come lupi sulla Sila

"Alla fine se ne andarono tutti, alla spicciolata, così come erano venuti. Sul binario rimase solo un carrello, ammantato da una soffice coltre di neve. Ora la stazione poteva dormire serena, perché una volta ogni tanto, i sogni, si avverano. "


Non se se stavolta riesco a farcela. A scrivere un resoconto di quello che è successo in quella due giorni silana a San Giovanni in Fiore. E' che le emozioni non hanno ancora finito di posarsi, sono ancora li che mi fioccano nella testa. E non riesco a metterle in fila. Rivedo ancora gli ultimi fotogrammi di quando me ne sono andato, "e non volevo andarmene". Il saluto a Filippo, a Nino il capostazione, l'abbraccio con sua figlia Gabriella. Gli ultimi baluardi rimasti a presidio di quel ceppo al km. 67. Poi ho voltato le spalle e me ne sono andato, lasciando due giorni di me sparigliati sui tavoli di legno della stazione, e qualche impronta tra i binari sepolti da mezzo metro di neve. Ancora oggi mi chiedo il perché di tutte queste emozioni a tre giorni di distanza, e dopo aver lasciato alle spalle mezza Italia. In fondo abbiamo solo fatto un convegno e fatto venire su da Cosenza un carrellino invecchiato che abbiamo smosso avanti e indietro per una decina di metri sul binario. O forse no. Forse abbiamo smosso anche un pezzetto di storia che si era fermata a qualche anno fa, e su cui forse qualcuno vorrebbe mettere la parola fine. Forse abbiamo risvegliato un pezzo di coscienza, di anima, di passione e di fiera amarezza in qualche abitante del luogo. Certo qualcuno deve essere rimasto sorpreso quando un gruppo di sparuti e giovani ragazzi venuti da ogni dove, armato di tanta passione e quel buon gruzzolo di ingenuità che non guasta mai, in un modo o nell'altro ha compiuto un gesto tanto piccolo quanto eclatante, in ogni caso concreto, che ha ridato una parvenza di vita a quella che, per essere definita stazione, ha bisogno di un qualcosa, quel segnale di vita sui binari, che da troppo tempo mancava.


E pensare che sabato pomeriggio, appena arrivati, ci siamo anche un attimo guardati dicendoci chi ce lo aveva fatto fare di andare lassù, che la pulizia della linea, con la neve caduta e che cadeva ancora, non si poteva fare, e quel carrello sembrava un cimelio poco più che inutile. Con quattro riviste, alcuni cimeli, e giusto un idea di progetto da presentare. Con altre iniziative che nel frattempo erano fioccate negli ultimi giorni, sparse lungo vari punti della linea. Per qualche minuto ci siamo sentiti persino sciocchi e ingenui, anche un tantino sprovveduti.



La verità è che nessuno ce lo ha fatto fare, è stato il nostro istinto da lupi a decidere che dovevamo andare a rintanarci lassù a far battaglia, a riportare anche un solo barlume di ferrovia, ma quella vera. Dovevamo andare lassù a dare l'esempio, una volta ancora, non perché siamo i più bravi, è solo che non ci limitiamo alle chiacchiere, alla denuncia, alla richiesta di aiuto agli altri, se prima non proviamo noi, nel nostro piccolo, a sporcarci le nostre di mani. E ci siamo andati con la nostra faccia pulita e con quel pizzico di credibilità conquistata sul campo dei binari di mezza Calabria. Da Cosenza dove abbiamo rimesso in moto il sogno del treno a vapore dopo anni di stasi, con due treni andati sold-out dopo pochi giorni nonostante le scarsa promozione avuta da tali eventi. Da Catanzaro dove abbiamo estratto un'Emmina sepolta da 40 anni di incuria nei rovi. Anche da Castrovillari, dove pur non avendo organizzato, abbiamo volentieri partecipato e dato il ns. modesto contributo a far tornare alla luce, nel luogo in cui era monumentata, la storica locomotiva 503, il cui piazzale era diventato un ricettacolo di rifiuti, sterpaglie, e vegetazione incontrollata. Con la gente che ci guardava meravigliata, chiedendosi chi fossero quei ragazzi venuti da fuori a fare quello che gli abitanti del luogo non avevano più la voglia e il senso civico di fare, non per amor della ferrovia, ma per rispetto del decoro del luogo in cui vivono, della sua storia e memoria, e di un qualcosa andato perduto che pure negli anni era stato così tanto utile. 
 

La verità è che abbiamo fatto la cosa giusta, indipendentemente dai frutti che nel tempo raccoglieremo per strada. Che la battaglia è quanto mai dura e fuori dalla nostra portata, ma noi la portiamo avanti lo stesso. E' una battaglia di civiltà, non solo ferroviaria. Che la ferrovia in fondo è solo lo sfondo in cui viene combattuta. E' una battaglia contro l'incuria e l'oblio a cui vengono frettolosamente condannate tante opere che sono costate il sudore e la vita degli uomini. E' la battaglia contro l'isolamento e lo spopolamento dei luoghi. E' la battaglia per la sostenibilità della terra in cui si insiste, al netto del bieco e becero ambientalismo ecologistico. E' la battaglia che porta avanti ognuno di noi per dare un senso compiuto alla propria vita, e che va combattuto per strada dove essa chiama. Che sia dietro l'angolo, o a qualche centinaio di km. di distanza.

venerdì 13 febbraio 2015

Circolare transappenninica


Stazione FS di Terni, ore 5.40
Adoro mettermi in viaggio quando il resto del mondo dorme, eccezion fatta, naturalmente, per chi fa il turno di notte. Con quella cortina di bruma che allaga la strada e ingoia l'orizzonte. Alle 5.40 il bar della stazione è insolitamente affollato di ragazzi, devono essere reduci del sabato sera passato in discoteca che sono li a far colazione, lo deduco dalle minigonne a "girotopa" indossate dalle ragazze. Un caffè e un cornetto alla crema, e mi sposto lato binari. A quell'ora della domenica mattina, partito il Tacito per Milano Centrale da una buona mezz'ora, in tutto il piazzale ferroviario siamo io e 4 "caimani" (di cui uno nella vecchia livrea). Del resto, commento tra me e me, chi ha l'urgenza di partire tanto presto, in una fredda domenica mattina di inizio febbraio? Verrò di li a breve smentito, tempo una ventina di minuti, e sulla banchina si presentano una cinquantina di persone per prendere il regionale per Roma delle 6:25. Che arriva puntale. Come il treno si rimette in marcia lasciando la stazione alle spalle, tutti i pensieri meditati in mezz'ora si dissolvono di colpo. Sarà l'effetto movimento, il paesaggio che scorre liquido dal finestrino, le turbolenze del vento sui vetri, i caratteristici cigolii, sobbalzi, lo stridere dei freni ad ogni fermata, tutto sembra risucchiarmi e portarmi lontano, verso un altrove di difficile collocazione. Intanto fuori è ancora buio, quando si prende la DD. Albeggia alle porte di Roma, giusto in tempo per scendere, per il primo cambio. Che è anche il più stretto, una ventina di minuti appena, ma c'è da attraversare tutto il fascio di Tiburtina, per arrivare al 3 est. Il tempo di scendere le scalette, dopo la futuristica incompiuta panoramica sopra i binari del nuovo scalo, che arriva il treno.

Stazione FS di Roma Tiburtina. Reg 23674 per Pescara Centrale pronto al binario 3 Est
Il cielo è nuvolo, squarciato da un improbabile arcobaleno che arriva a toccare le carrozze del treno. Sembra di buon auspicio, anche se, quando mi siedo all'interno, di lì a poco odo un rombo di tuono. E si parte alla volta delle montagne d'Abruzzo. Su un piatto della bilancia la constatazione di un viaggio già noto, da affrontare con quella lasciva e serena tranquillità di un ritorno a casa. Sull'altro la capacità di stupirsi ed emozionarsi per uno scenario capace di spiazzarti ad ogni nuovo passaggio, sempre diverso ed inedito. Che già all'uscita di Roma ti riempie di urbani interrogativi. Da un lato i palazzoni di una periferia in cerca d'autore, dall'altro campi incolti a lambire la città, dove pascolano ora le pecore, ora le mucche. Ma è quando il binario decide di salire che ti inchioda alla maqniloquenza di un tempo che sembra restare scolpito sul costone roccioso da quanto scorre lento. Del resto come commentare un treno che si affaccia di fronte alla Grande Cascata sul Fiume Aniene? Sono quelle visioni di un secolo fa, che oggi nessuno si sognerebbe di andare più a cercare. A Tivoli piove per dire che diluvia, e tutto sembra preludere a una giornata pessima. Intanto il treno prosegue la sua corsa in salita, come se niente di quel che lo circonda possa ambire a scalfirlo. Nemmeno quando si varca la soglia d'abruzzo, e l'acqua diventa neve.
 
Reg 23674 in sosta alla stazione FS di Tagliacozzo

Reg 23674 in sosta alla stazione FS di Avezzano

Reg 23674 in sosta alla stazione FS di Celano - Ovindoli


 
Reg 23674 in sosta nella stazione FS di Cocullo
Si inizia a Carsoli con i primi fiocchi di neve, che a Tagliacozzo sono già diventati un candido manto. Si continua per il cuore della Marsica, fino ad Avezzano, dove la neve insiste. Il personale di terra commenta che è inziato da poco, fino a 20 minuti prima era tutto pulito; intanto ora è tutto bianco. E si prosegue per Celano, fino a Cocullo, cioè fino a quando la ferrata rimane in quota, prima dell'imponente discesa per la valle Peligna. Che ripropone il consueto spettacolo alla stazione di Anversa, con la sua curva a ferro di cavallo, inframezzata da un grande viadotto con galleria; sull'altro versante in salita scorgi il treno fermo alla protezione, che attende la nostra sosta in stazione per ripartire e fare incrocio. Le solite sfiziose amenità delle linee a binario unico. E si scende girando la valle, e volti lo sguardo e vedi i tanti viadotti incastonati alla parete in cui sei transitato sopra da pochi minuti; ed è già Sulmona. Dove a voler guardare, ci sono le carrozze storiche della Fondazione FS per i treni turistici sulla Carpinone, disseminate qua e là per lo scalo, comprese alcune in evidente ricerca di restauro. Però a me Sulmona racconta un'altra storia, quando due ragazze salite da Roma conversano con la capotreno, che le informa del bus sostitutivo sul piazzale antistante la stazione. Allora le osservo con attenzione, e noto che una è vestita da "neve", con la salopette e i doposcì indosso. E allora capisco che quelle due vanno a Roccaraso, e quel bus è sostitutivo del trenino della Maiella per Castel di Sangro. Capisco, ma non mi adeguo.

Stazione FS di Sulmona. Carrozze storiche della Fondazione FS bisognose di un restauro.
E si riparte, con un breve cenno di saluto al binario per l'Aquila - Terni tante volte calcato nel recente passato. Faccio un breve ripasso degli orari, dei prossimi cambi. E arrivo a Pescara, buona per la pausa pranzo, con la prima metà della circolare transappenninica in tasca.
 
"Jazz" in sosta alla stazione FS di Pescara Centrale
E il cambio con l'IC 610 Lecce - Bologna C.le, la cui numerazione mi ricorda tanto precedenti trascorsi Jonici, quel caro IC Murge Crotone - Milano C.le che ero riuscito a prendere un paio di volte per tornare su la domenica, una volta via Ancona, l'altra via Foggia - Caserta. Con le vecchie carrozze a scompartimento, che odorano di passato, non ancora dimenticato. E si riparte, e come costeggio l'Adriatico,  realizzo che è un'altra giornata di quelle che amo definire "dal mare alla neve". Intanto il tempo sembra assestarsi verso una sua stabilità. O quasi. Il tempo di arrivare ad Ancona, e ricomincia a piovere. Forte. Con il vento che si alza, gelido. Fortunatamente l'IC 541 per Roma è piazzato con largo anticipo sul binario 6, e ci salgo dentro anzitempo, mentre sono ancora in corso le operazioni di pulizia delle carrozze.

Stazione FS di Ancona
Ancona è sempre Ancona, anche se non parti più dai binari tronchi sul piazzale ovest. Te ne accorgi non appena impegni la curva e costeggi il mare nel breve tratto che la separa da Falconara Marittima, e ti volti e vedi il porto, e la città appollaiata sulla collina. Da un lato il mare, dall'altro la SS 16 Adriatica. Come è da antologia il curvone di Falconara da cui si innesta la linea per Roma.

A bordo dell'IC 541 in procinto di fermarsi alla stazione FS di Falconara Marittima
Come lasci il mare è un'altra storia, un altro odore. Ci vuole un po' a realizzare, devi lasciarti alle spalle aeroporto e interporto, perfino Jesi. Ma come arrivi a Serra San Quirico, e la ferrovia si interna in quell'angusta valle stretta e affilata che conduce a Genga, capisci che sei di nuovo in uno di quei posti in cui il tempo si ferma. E ci fermiamo davvero, imbucati una ventina di minuti, alla stazione di Genga. Con Trenitalia che sfoggia la sua consueta sobrietà nel motivare le soste inattese: "inconveniente alla circolazione", la spiegazione addotta, per cui ci troviamo con + 20 minuti in groppa in arrivo a Fabriano. Che non recupereremo più, anzi diventeranno +30 man mano che si procede per l'Umbria. Insomma il 541 è sempre lui, con il suo buon ritardo, a Terni incrocerà con il FB 9852 per Ravenna che da orario è previsto in arrrivo mezz'ora dopo. In compenso di domenica viaggia bello pieno, ogni stazione movimenta il suo bel gruzzolo di passeggeri, è preso d'assalto dalla gente di rientro dal fine settimana per Roma. E io mi godo quest'altra transappenninica, che fretta non ne ho, non piove, non nevica, ma le colline intorno a Fossato, Gualdo, finanche Nocera sono ugualmente imbiancate. E le serpentine del binario tra il fiume e gli alberi tra Valtopina e Capodacqua che, vista dalla soprastante statale fa sempre tanto "diorama". Ormai siamo a Foligno e, complice il ritardo accumulato, iniziano a calare le tenebre.

I titolo del "viaggio"

Resta giusto il tempo di un bilancio sulla giornata appena trascorsa. Quattro treni, 683 km, 11 h e 30 soste comprese, per questa circolare transappenninica. Tutta roba nota, già fatta in passato un pezzo per volta, più di una volta. Ne è valsa la pena? Qualcuno potrebbe anche domandarselo, chi me lo fa fare di alzarmi una domenica all'alba e spendere soldi per qualcosa che ho già visto e provato. Poi però penso all'alternativa, una domenica chiuso in casa, a passare ore al pc, ad annoiarmi su FB, a lessarmi sulle dirette TV delle inconsistenti cronache politiche, dalle  elezioni  presidenziali alle riforme - non riforme che tutti auspicano e nessuno realmente vuole, e tutte quelle porcherie parlamentari che mi hanno abbondantemente nauseato. E che oramai, neanche più mi interessano. Che al prossimo turno, lo dico e lo faccio, voto scheda bianca. Allora forse ne è valsa la pena di passare mezza giornata attraversando mezzo Centro d'Italia, quella vera, di provincia e asserragliata, transitando in mezzo alla neve dal caldo di una carrozza, e tornare a rivedere il mare. Essere in movimento pur stando seduto e fermo, portandosi il proprio mondo ideale dietro. E per un giorno lasciare a casa i pensieri e i problemi, i limiti e i vincoli, e ritrovarsi leggeri. Si, ne vale sempre la pena, perché il viaggio è si nella testa, ma se questa mente non la si nutre e ossigena, se non la si distrae e distoglie dandogli qualche reale pezza d'appoggio, arranca e prima o poi si stanca.

martedì 20 gennaio 2015

Tornado of Souls

Il nodo della mia mente è intasato. I pensieri viaggiano a distanza di blocco, alcuni sono fermi al segnale di protezione, attendono il via libera per entrare in stazione. E restano li sul binario a friggere in alta tensione, senza abbassare il trolley, che questa vita impone di tenere il pantografo sempre in presa sulla catenaria. Che ritardo chiama ritardo, fino a non essere più recuperabile, e farti saltare tutte le coincidenze tra te e il mondo intorno.


Oggi sono due anni che sei andata via, Mamma, e io non ho più tante parole da offrire al dolore che non fa sconti a chi chiede riserva, lasciandoti lì, piantato in linea. Ho una sola preghiera che ti rinnovo ogni volta che vengo a trovarti e parlo con la tua foto. Proteggi Eleonora e stai vicina a papà, che io il modo di cavarmela da qualche parte lo trovo.