martedì 17 novembre 2015

Epitaph



Due immagini rimarranno per sempre impresse nella memoria di quella domenica 8 novembre.

La partenza alle 6 di mattina, io e Vittorio che imbocchiamo la SS 106 Jonica e ci troviamo di fronte l’alba sul mare, mentre il lettore spara “21st Century Schizoid Man”. Mancava solo il Murge, il Crotone – Milano a impegnare la serpentina di Torre Melissa a picco sul mare. Solo pochi anni prima ci sarebbe transitato davanti nell’arco di dieci minuti.

E l’arrivo a Cosenza del treno a vapore, a tenebre scese, quando, in uscita dalla galleria, in omaggio ai passeggeri turisti , Giuseppe e Pietro fermano il convoglio sul ponte in ferro alla confluenza tra il Busento e Il Crati, storico confine tra la città vecchia e la nuova. Una finezza interpretativa che solo chi ha ben coscienza del luogo, e di come attualmente è allestito, può arrivare a comprendere.

Tra il silenzio dettato dello stupore, lo sciacquio sussurrato dalle acque dei fiumi, il respiro al minimo dalla caldaia della 353, si srotola un gioco di luci che fa capolino nel buio, che va dall’azzurro al giallo al verde all’arancio al rosso. Le luminarie dei lungofiumi, alternate a quelle che irradiano i complessi storico-religiosi, sotto l’egida autorevole del Castello Svevo. Ovunque ti giri, a sinistra o a destra, davanti o indietro, è un colore e un’emozione diversa.

Questi i due passaggi smarcanti che hanno trasformato una giornata ferroviaria importante in una wagneriana cavalcata trionfale. Sebbene in mezzo sia passato un mondo incontaminato e intatto come quello silano, dalla vegetazione lussureggiante metà verde smeraldo metà a chiazze autunnali giallo-rosso-marrone. Con un binario incastonato nel verde a 1.406,50 metri s.l.m.

E’ che le nostre ferrovie sono differenti. I nostri ferrovieri sono differenti. I nostri treni sono differenti. Non servono artifici. Né altre parole da spenderci sopra. Signori in carrozza. Altro giro, altra corsa. Sarà sempre una storia nuova, un'avventura diversa.

lunedì 2 novembre 2015

Cosa resterà della Ferrovia Jonica?



Le immagini disastrose che hanno iniziato a scorrere sul web nel disgraziato pomeriggio di ieri hanno fatto volare il pensiero a quel 15 agosto 2015, appena due mesi e mezzo fa.

Come spesso accade da qualche anno a questa parte, da quel maledetto giugno 2010 in cui hanno tolto tutti i treni diretti in partenza da Roma, mi son dovuto ingegnare sul modo migliore per scendere in riva allo Jonio per trascorrere finalmente le (mai tanto come quest'anno) agognate vacanze. Con l'aggravante che essendo un giorno festivo, le possibilità di scelta, già scarne e scomode, erano ancor più risicate. 



La possibilità più comoda era quella di ripetere, a ritroso, il viaggio dell'andata della settimana prima, lungo la via Adriatica, ma l'idea di stare nuovamente un paio d'ore fermo in piena notte alla stazione di Ancona per prendere poi un treno già pieno in arrivo da Milano, non mi solleticava granché. Ma quella sarebbe stata la via più celere e diretta, che mi avrebbe consegnato a Corigliano alle 10:30 del mattino dopo. Le vie calabresi erano tutte scomode: scendere a Paola alle 4 significava nella migliore delle ipotesi stare 2-3 ore fermi prima di poter arrivare a Castiglione/Cosenza, e considerando che era un festivo, sarei arrivato a Sibari il giorno del cunno. Scendere a Lamezia alle 5.15, comportava anche li stare fermo delle ore prima di prendere la diligenza per Catanzaro, e aspettare anche li la coincidenza per Sibari. Ci avrei messo delle ore pur essendo già in Calabria prima dell'alba, per rompere le uova nel paniere alla mia famiglia che poteva gustarsi con calma il pranzo del Ferragosto. Alla fine scelsi la via più lunga e pittoresca, quella del giro dell'orto, ma che almeno aveva un suo intrinseco senso. Nella giornata della gita fuori porta, e ormai in odor di vacanza, ho deciso di regalarmi un giro della Calabria "coast to coast", dal Tirreno allo Jonio, scendendo da Roma a Reggio Calabria, dove in tre ore di sosta avrei potuto godermi lo splendido lungomare con lo spettacolo dello Stretto, i suoi venticelli che contrastano la calura estiva, e sedermi a mirare senza pensare. E poi prendere l'IC 562 che da Reggio conduce a Taranto, viaggiando su un materiale confortevole (l'unico rimasto in linea, quando si ha la fortuna di trovarlo in turno) senza alcun cambio alla stazione di Catanzaro Lido. E così feci.





Per qualche ora mi sentii come quei grandi scrittori ottocenteschi da "Gran Tour" che giravano l'Italia e l'Europa in carrozza, senza fretta e ponendosi fuori dal tempo, sorseggiando le calma le bellezze che ti scorrono davanti. Che, nel caso della ferrovia jonica a sud di Catanzaro è il caso di apprezzare con la dovuta lentezza. Perché parliamo di un binario che da appena fuori Reggio Calabria e fino alla Locride costeggia preticamente il mare. E' un punto di vista privilegiato ed inedito, perché non ce ne sono di eguali, percorrendo la statale. Oltre il binario c'è la sabbia, e il mare. Cristallino. E molte spiaggie sono vergini, senza stabilimenti, che se hai il privilegio di potervi accedere a determinate ore sei solo tu e l'immenso blu davanti. Richiamando alla mente più quotati e inflazionati paesaggi oceanici del Pacifico e dell'Atlantico. Vengono in mente le parole e le immagini di Francesco Guccini nella sua "Canzone della Bambina Portoghese":

"Sentì che era un punto al limite di un continente
sentì che era un niente l'Atlantico immenso di fronte.
E in questo sentiva qualcosa di grande
che non riusciva a capire che non poteva intuire
che avrebbe spiegato se avesse capito lei e l'oceano infinito  
ma il caldo l'avvolse si sentì svanire e si mise a dormire.
E fu solo del sole come di mani future 
restaron soltanto il mare e un bikini amaranto."

Dal'altra parte ci sono i paesi che si srotolano lungo la statale 106, la "Route 66" di noialtri, che scorrono e si mimetizzano nel paesaggio, alle volte scorgi le colline e i monti dell'Aspromonte in fondo, e in alto scorgi Pentadattilo, arrivi a doppiare Capo Spartivento e la ferrovia piega per risalire il fondo dello Stivale. Fino alla Locride è uno spettacolo continuo, che poi a seguire si rinnova solo per brevi e limitati tratti.



Ovviamente non scrivo tutto questo per tediarvi con la telecronaca di un ferragosto alternativamente diverso, ma per lanciare un monito, indirizzato prima di tutto agli amici calabresi. Prestate attenzione a quel che accadrà da domani in avanti nei giorni a venire. Perché io lo so che nello sconforto gli strali si stanno già caricando verso lo Stato che è lontano, il Nord che vi ha depredato, il TG che vi mette in penultima fila, il turista che va a Rimini anziché a Soverato e via discorrendo. Ma non dimenticate mai che la serpe più velenosa  ve la covate in seno e non attende che questi momenti di panico e distratta rivendicazione collettiva per colpirvi mortalmente nel fianco e lasciarvi esangui e a piedi. Non dimenticate che c'è una stuolo di gente che non attende che questi disastri per oliare gli ingranaggi dei loro loschi piani. Non dimenticate che esiste già tutto un nugolo di affaristi che in tempi non sospetti denunciava nella presenza della ferrovia l'ostacolo per cementificare le spiaggie. Non dimenticate che esistono sindaci beceri che fomentano le popolazioni per un passaggio a livello che si abbassa ogni ora e mezza quando va bene per un paio di minuti (millantandone otto), e non dicono nulla quando i torpedoni che partono da ogni sputo di paese verso il resto d'Italia intasano e bloccano tutta la viabilità interna. Non dimenticate che la vostra Regione non ha detto "ah!" al Ministero mentre vi toglievano tutti i treni a lunga percorrenza, fregandosi le mani perché gli amici degli amici lucidavano nei loro depositi i bus sostitutivi già pronti per l'indomani. Cosìcché oggi uno è costretto a farsi un viaggio di 1.500 km da Bianco a Torino in bus, condizione degna di un paese da terzo mondo. Non dimenticate che da tempo Rete Ferroviaria Italiana sta depotenziando la Ferrovia Jonica sotto gli occhi distratti dei vostri governatori. Non dimenticate, soprattutto, che dal 20 novembre la Regione Calabria chiuderà i rubinetti verso Trenitalia, e rischiano di restare su tutta la Jonica 3 coppie di regionali Sibari - Reggio Calabria , e nessun treno sulla Catanzaro - Lamezia e sulla Sibari - Cosenza. E che i servizi attuali rimarranno fino al cambio d'orario fissato a dicembre sarà solo per gentile concessione di Trenitalia. Tutte queste cose, "sappiatele" e stampatevele bene a mente. Senza dimenticarvi che hanno lasciato chiusa un anno e mezzo  la trasversale Catanzaro - Lamezia per installarvi poi un "ponte provvisorio" che una media officina di carpenteria metallica avrebbe realizzato in appena una settimana. Stampatevele nella mente queste cose, perché il disastro che si è consumato ieri non si ripara in un giorno, e qualcuno potrebbe non avere urgenza di ripararlo ben sapendo che la Regione Calabria non è affatto intenzionata a mantenere un livello minimo accettabile di treni. Aprite gli occhi, amici calabresi, non fate come quella signora incontrata a Roma Tiburtina che doveva scendere in treno a Soverato, che a 5 anni di distanza ancora ignorava che non ci sono più treni tra Roma e lo Jonio.

Questa purtroppo è la mia più grande paura. Che non vedrò più quel mare, quelle spiaggie scorrere dal finestrino del treno. 



Postilla personale:

Era il 27 dicembre del 2012 quando, di prima mattina, presi il treno dalla stazione di Corigliano Calabro per raggiungere Reggio Calabria, all'indomani della mia risalita in Umbria. Erano 336 chilometri al'andata, più altrettanti al ritorno, erano 672 km su quel bus d'antan su rotaia denominato ALn 668 da consumare in giornata. Un arco tutto jonico spalmato su 4 treni, complice il duplice cambio a Catanzaro Lido. Quel giorno ero in compagnia dei miei migliori amici di Ferrovie in Calabria, che ogni santo giorno si battono per un dignitoso diritto alla mobilità nella loro Regione. A Torre Melissa salì Vittorio Lascala, a Catanzaro Lido Francesco Lazzaro, a Soverato Roberto Galati, a Siderno Luca Pisconti, a Locri Sergio Grasso. Alla stazione centrale di Reggio Calabria ci raggiunse l'amico Vincenzo Calabrò, essendo lui non jonico, di Bagnara Calabra. Quegli stessi amici con cui mi ritroverò nella giornata di domenica 8 novembre a Cosenza per contribuire allo svolgimento del treno storico per Rogliano, tassello inportante nella battaglia di sensibilizzazione al ripristino della spettacolare ferrovia silana Cosenza - San Giovanni in Fiore, la più alta d'Italia, con i suoi 1.406,50 metri s.l.m. Eravamo felici e orgogliosi di radunarci questo fine settimana, e in parte lo siamo ancora, ma nulla toglie che dopo quanto è successo ci andiamo con un macigno nel cuore. Perché anche l'importante causa della Ferrovia Silana, adesso passa in secondo piano rispetto al disastro infrastrutturale che è accaduto giù nella Locride, e che rischia di minare seriamente il futuro della mobilità pubblica in quel lembo di Calabria, in quel lembo d'Italia. Siamo tutti costernati, amareggiati, anche molto arrabbiati perché già prevediamo di dover sputar sangue per ripristinare lo status quo. Ma non possiamo fare altrimenti, se non interagire con gli accadimenti, e prestare il massimo impegno e attenzione per quel che il futuro ci presenterà dinanzi.  

Io personalmente, non posso esimermi. Quel 27 dicembre del 2012 è un giorno che non potrò mai dimenticare, perché mia madre, malata, fu ricoverata all'Ospedale di Terni per l'ennesima volta. L'ultima. Non uscirà più viva da quel reparto, spirando meno di un mese dopo. Ovviamente allora non potevo saperlo. Nel giorno della commemorazione di tutti i defunti gli mando da qui il mio personale pensiero. Per una tragica ironia del destino, mi trovo oggi a ricordare quel giorno in questa particolare ricorrenza a poche ore dal disastro consumatosi in loco. Questo per dire che a quel binario penzolante in riva al mare ci sono attaccato con le unghie e con i denti. Che lo si sappia in giro.