giovedì 21 aprile 2016

ALn 668.1004



Diario di bordo

 
Cosa vuol dire ALn 668.1004?

Per gli addetti ai lavori identifica un rotabile assegnato ad un deposito, di cui i più smanettoni sapranno raccontarti aneddoti, vita, morte e miracoli.

Per me quel numero identifica un "appuntamento con la storia". Mi riporta indietro nel tempo a una fredda mattinata di dicembre, quando mi sono alzato alle 3, e sono partito da solo con l'auto in piena notte, destinazione Sulmona. Dove sono arrivato puntuale, dopo due ore di viaggio, un quarto alle 6. Era ancora buio, il fabbricato che dava sul piazzale esterno generosamente illuminato. Sul piazzale c'era un "caimano" con carrozze al traino, in direzione Avezzano. Sul marciapiedi un nugolo di ferrovieri, che mi hanno invitato a bere un caffè con loro al bar della stazione. Succede sempre così a Sulmona, è una grande famiglia. Pranzi alla tavola calda ricavata nel bar della stazione? Se ti trovi in mezzo a qualche conversazione tra ferrovieri sei prontamente arruolato, sei uno di loro. Sulmona è un porto di mare, spiaggiato tra le montagne, confine tra lo Stato della Roma Papale e il Regno di Napoli, ma a sentire i dialetti in stazione più Napoli che Roma. A Sulmona mi sento a casa, l'ho scritto svariate volte in tutte le salse, ma non è di questo che oggi voglio parlare.

Sul binario 1 portano la ALn 668.1004. Effettuerà il regionale per Castel di Sangro, in partenza alle 6:32. E' il 3 dicembre del 2011. La sorte di questa ferrovia è già segnata, è stata decretata con il regionale pomeridiano del 10.12 corrente anno delle ore 16:30, e suo contestuale rientro dalla Valle del Sangro a quella Peligna. E i fedeli tutti, dall'Associazione Le Rotaie Molise ad altri appassionati che l'hanno amata in vita, si sono già dati appuntamento su quel treno per il suo funerale.

Consegne
Io, che quella linea non l'avevo mai fatta, ma solo sognata, volevo godermela negli ultimi istanti di vita ordinaria, alla luce del giorno. Ricordarmela con il sorriso. Così anticipai di una settimana. A Sulmona quel mattino eravamo una decina di persone, tutte provenienti da fuori. Da Terni, Viterbo e Roma.


Era ancora buio quando partimmo da Sulmona, il tempo di lasciare alle spalle Introdacqua e doppiare Capo di Pettorano sul Gizio. In perfetto orario per l'appuntamento con la "leggenda" della Carpinone; tutto nasce da lì, quando inizia la salita verso il Colle Mitra, e tra ponti e viadotti, gallerie, trincee e dirupi, la ferrata si affaccia e nasconde e riaffaccia a strapiombo sulla valle sottostante. E' proprio in quei concitati istanti, in cui i fari della 668 illuminano ancora i binari, che l'orizzonte si stempera tingendo di azzurro colline, orizzonti e pietraie dal fascino marcatamente lunare. Azzurro che volge progressivamente al marrone, man mano che si procede da Pettorano a Cansano. Che poi Pettorano e Cansano sono le due stazioni più suggestive dell'intero tracciato, sebbene il treno non ferma più da qualche anno. L'ho capito dopo, quando ci sono tornato da terra con l'auto, e mi sono fermato a respirare quei luoghi sospesi nel vuoto del tempo, avvolti di mistico silenzio. A Cansano la linea disegna un ideale anfiteatro, intervallata dal transito su 5 viadotti di cui il più imponente, ad "S" e in evidente salita, anticipa l'ingresso della stazione, posta in curva. Ma non c'è tempo di comprendere e realizzare, che il paesaggio continua a scorrere serrato, sembra che il treno abbia quasi paura di farsi azzoppare. A Campo di Giove la prima sosta, la prima fermata passeggeri. Nessuno scende, salgono un paio di persone. Per inciso sul treno saliranno 3 autoctoni, intenti a spostarsi tra Campo di Giove, Roccaraso e Castel di Sangro. Abbiamo scavallato quota 1.000 metri, il paesaggio lunare è ormai alle spalle, intorno piovono alberi imponenti, molti dei quali piantati ad arte all'epoca della costruzione della linea per proteggere la ferrata dalle intemperie metereologiche. E il macchinista, che mi nota a fare foto, mi invita a sedermi in cabina. La salita prosegue fino all'altopiano di Palena dove è nebbia fonda, si vede a pochi metri di distanza appena. Ma almeno la ferrovia scavalla e respira per qualche chilometro. Siamo al Quarto di Santa Chiara, dove si gioca il primato altimetrico della ferrata, tra Palena e Rivisondoli - Pescocostanzo, sono 10 metri s.l.m. distribuiti in qualche chilometro. Vale a dire che la linea corre su una piana che in quel preciso istante è inghiottita dalla nebbia. Ma siamo ormai alla "seconda stazione più alta della rete ferroviaria italiana dopo quella del Brennero" e poco importa. Dicitura piuttosto vaga che andrebbe meglio chiarita, ma non è questo lo spazio e il momento. E nebbia fitta permane fino a Roccaraso, con la linea che sostanzialmente resta alla sua quota, scendendo, si fa per dire, dai 1.268 metri di Rivisondoli ai 1.235 metri di Roccaraso. 

"Ma intanto il sole tra le nebbie filtra già, il giorno come sempre sarà" - PFM, Impressioni di Settembre. (Roccaraso di Dicembre, per sempre)
Roccaraso come non l'avete mai vista.
Dove però spunta qualche raggio di luce a scalfire la cortina di bruma. Lasciando la stazione, salendo sull'importante viadotto all'uscita della stessa lato Molise, iniziano a penetrare i primi colori, stupendi, tardo autunnali, o se preferite pre-invernali, di una mattina di inizio dicembre. Ora si scende davvero, sono 400 metri abbondanti fino alla Valle del Sangro, in un largo giro panoramico. Castel di Sangro è laggiù, solo apparentemente distante, ma ormai nel mirino. La linea scende sul costone fino a toccar valle e girare di verso. Stazione di Alfedena - Scontrone. Tutto sembra disegnato apposta per una placida entrata in grande stile a Castel di Sangro. Segnale ad ala, curva, stazione. Dove si scende. Arrivati.

Discesa per il Paradiso. Ma con questi colori, può finire così?
A "Castello" c'è una surreale gioco di luce e lieve foschia a sfumare l'orizzonte, e il binario in salita verso il Molise all'uscita di stazione luccica come un serpente argentato. Abbiamo un'ora e mezza di tempo a disposizione, per realizzare. Dallo scalo adiacente e abbandonato della Sangritana, al viadotto del Sant'Ilario che campeggia lassù in alto a chilometri di distanza, c'è un mondo indefinibile in mezzo. Un mondo appenninico in rapida decomposizione, che ha stoicamente resistito fino allo strenuo, per quanto a nulla sia servito. Qui finisce tutto: la Regione Abruzzo, la sterminata provincia dell'Aquila (che da sola copre il territorio di mezza Regione), la storia di una piccola grande ferrovia di montagna che, per 114 anni, ha combattutto a testa alta contro muri di neve, ma nulla può contro l'impalpabile oblìo a cui l'uomo l'ha relegata, finendo, a poco a poco, per soffocarla, fino ad inghiottirla.

Ma che luce c'è a Castel di Sangro?


La ALn 668.1004 è lì, piccola, in mezzo al fascio binari, grande, forse vorrebbe scomparire, essere dimenticata lì, chiedere di non far più ritorno all'ovile. E' un ingrato destino quello che spetta ai soldati in trincea di una guerra già persa. Continuare a fare il dovere, continuare a servire l'amara patria. In attesa che qualcuno da fuori venga ad apporre la parola "FINE".

Un pezzo di cuore è rimasto lassù quel giorno, in quell'accenno di viaggio verso il non ritorno. Lì dove ho deciso di lasciarlo. 

Castel di Sangro. Impennata verso il Molise. Fuga per la libertà.

Durante la discesa a Sulmona non ero più lo stesso, a nulla è servito assistere dalla cabina al miracolo del binario incagliato nel mezzo di un paesaggio da incanto, per lunghi tratti incontaminato. Come sono sceso dal treno sono salito sull'auto e me ne sono andato, senza più voltarmi indietro. Non ne avevo la forza, o forse non me avevo il coraggio. Alle 12:30 era di nuovo a casa, per il pranzo. E tutto il pomeriggio davanti. Eppure a me pareva sera, mi sentivo stanco e spossato come se fossi reduce da un lungo viaggio durato un intero giorno, forse anche più di uno.

Sarà che in mezza giornata ho visto finire un'era. Sarà che non sarà più. Io spero soltanto che ... di nuovo "sarà".