lunedì 25 luglio 2016

Lettere dal passato (sempre più presente)

Le stelle non sono tutte uguali. Non brillano tutte allo stesso modo. Così come i cieli. Così come le persone. Pochi brillano di luce propria, molti brillano di luce riflessa e te ne accorgi subito, quando il sipario si chiude e rimangono soli in scena. Alcuni poi non brillano affatto, sono sempre opachi. Magari cordiali, magari anche affidabili, ma opachi. 

Eppure sono luce e colore a dare un sapore, un gusto, ai momenti delle persone, come il sale e il pepe. Senza, sono sciape, non sanno di niente.

Ci sono persone con cui parli intere giornate e non ti dici niente. Perché parli di quello che fai e che non fai, ma non ti racconti per quello che sei. Perché siamo qualcosa di più e di meglio di una somma di abitudini e comportamenti.

Sarà per questo che ad un certo punto della mia vita ho fatto terra bruciata intorno a me, e mi sono detto che a determinate condizioni era forse meglio rimanere solo con me stesso. E che da allora avrei scelto, e non mi sarei più accontentato di quelle che la vita mi ha messo di fronte o accanto all'uscio. Perché a me piacciono le persone autentiche, le persone che emozionano. Che non ti lasciano indifferente quando ti parlano, anche se ti raccontano la cosa più banale che hanno fatto la mattina o la sera prima. Le incontro molto raramente, ma quando le incontro mi ci lego e affeziono. Non posso farne a meno.

Non è solo una questione di qualità personali, che ce le hai o non ce le hai, quanto di atteggiamenti e quelli sei tu che te li dai. Le persone stanno diventando sempre più pudiche di sentimenti e avare di emozioni autentiche. Hanno paura di mettersi a nudo. Mostrare i sorrisi, le lacrime, gli occhi che brillano. Preferiscono vestirsi di frasi fatte e parlare per aforismi. Che a "leggerci" sembra quasi che la pensiamo tutti allo stesso modo.

Non servono molte parole, ne bastano poche che non suonino a vuoto. Miles Davis diceva che "non è importante che uno suoni molto, l'importante è che non suoni nulla di cui non sia convinto". E che uno non deve nemmeno inventarsi nulla di nuovo, perché "non c'era nulla di quello che suonavano (lui e i trombettisti virtuosi alla Gillespie) che non fosse stato già suonato anni prima da Armstrong".

Serve senso del tempo e dello swing. Alle volte basta uno sguardo, un sorriso, un accenno di gesto per capirsi al volo e creare interplay. Certe cose prima le senti, poi, semmai, le capisci.

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