lunedì 16 marzo 2015

Come lupi sulla Sila

"Alla fine se ne andarono tutti, alla spicciolata, così come erano venuti. Sul binario rimase solo un carrello, ammantato da una soffice coltre di neve. Ora la stazione poteva dormire serena, perché una volta ogni tanto, i sogni, si avverano. "


Non se se stavolta riesco a farcela. A scrivere un resoconto di quello che è successo in quella due giorni silana a San Giovanni in Fiore. E' che le emozioni non hanno ancora finito di posarsi, sono ancora li che mi fioccano nella testa. E non riesco a metterle in fila. Rivedo ancora gli ultimi fotogrammi di quando me ne sono andato, "e non volevo andarmene". Il saluto a Filippo, a Nino il capostazione, l'abbraccio con sua figlia Gabriella. Gli ultimi baluardi rimasti a presidio di quel ceppo al km. 67. Poi ho voltato le spalle e me ne sono andato, lasciando due giorni di me sparigliati sui tavoli di legno della stazione, e qualche impronta tra i binari sepolti da mezzo metro di neve. Ancora oggi mi chiedo il perché di tutte queste emozioni a tre giorni di distanza, e dopo aver lasciato alle spalle mezza Italia. In fondo abbiamo solo fatto un convegno e fatto venire su da Cosenza un carrellino invecchiato che abbiamo smosso avanti e indietro per una decina di metri sul binario. O forse no. Forse abbiamo smosso anche un pezzetto di storia che si era fermata a qualche anno fa, e su cui forse qualcuno vorrebbe mettere la parola fine. Forse abbiamo risvegliato un pezzo di coscienza, di anima, di passione e di fiera amarezza in qualche abitante del luogo. Certo qualcuno deve essere rimasto sorpreso quando un gruppo di sparuti e giovani ragazzi venuti da ogni dove, armato di tanta passione e quel buon gruzzolo di ingenuità che non guasta mai, in un modo o nell'altro ha compiuto un gesto tanto piccolo quanto eclatante, in ogni caso concreto, che ha ridato una parvenza di vita a quella che, per essere definita stazione, ha bisogno di un qualcosa, quel segnale di vita sui binari, che da troppo tempo mancava.


E pensare che sabato pomeriggio, appena arrivati, ci siamo anche un attimo guardati dicendoci chi ce lo aveva fatto fare di andare lassù, che la pulizia della linea, con la neve caduta e che cadeva ancora, non si poteva fare, e quel carrello sembrava un cimelio poco più che inutile. Con quattro riviste, alcuni cimeli, e giusto un idea di progetto da presentare. Con altre iniziative che nel frattempo erano fioccate negli ultimi giorni, sparse lungo vari punti della linea. Per qualche minuto ci siamo sentiti persino sciocchi e ingenui, anche un tantino sprovveduti.



La verità è che nessuno ce lo ha fatto fare, è stato il nostro istinto da lupi a decidere che dovevamo andare a rintanarci lassù a far battaglia, a riportare anche un solo barlume di ferrovia, ma quella vera. Dovevamo andare lassù a dare l'esempio, una volta ancora, non perché siamo i più bravi, è solo che non ci limitiamo alle chiacchiere, alla denuncia, alla richiesta di aiuto agli altri, se prima non proviamo noi, nel nostro piccolo, a sporcarci le nostre di mani. E ci siamo andati con la nostra faccia pulita e con quel pizzico di credibilità conquistata sul campo dei binari di mezza Calabria. Da Cosenza dove abbiamo rimesso in moto il sogno del treno a vapore dopo anni di stasi, con due treni andati sold-out dopo pochi giorni nonostante le scarsa promozione avuta da tali eventi. Da Catanzaro dove abbiamo estratto un'Emmina sepolta da 40 anni di incuria nei rovi. Anche da Castrovillari, dove pur non avendo organizzato, abbiamo volentieri partecipato e dato il ns. modesto contributo a far tornare alla luce, nel luogo in cui era monumentata, la storica locomotiva 503, il cui piazzale era diventato un ricettacolo di rifiuti, sterpaglie, e vegetazione incontrollata. Con la gente che ci guardava meravigliata, chiedendosi chi fossero quei ragazzi venuti da fuori a fare quello che gli abitanti del luogo non avevano più la voglia e il senso civico di fare, non per amor della ferrovia, ma per rispetto del decoro del luogo in cui vivono, della sua storia e memoria, e di un qualcosa andato perduto che pure negli anni era stato così tanto utile. 
 

La verità è che abbiamo fatto la cosa giusta, indipendentemente dai frutti che nel tempo raccoglieremo per strada. Che la battaglia è quanto mai dura e fuori dalla nostra portata, ma noi la portiamo avanti lo stesso. E' una battaglia di civiltà, non solo ferroviaria. Che la ferrovia in fondo è solo lo sfondo in cui viene combattuta. E' una battaglia contro l'incuria e l'oblio a cui vengono frettolosamente condannate tante opere che sono costate il sudore e la vita degli uomini. E' la battaglia contro l'isolamento e lo spopolamento dei luoghi. E' la battaglia per la sostenibilità della terra in cui si insiste, al netto del bieco e becero ambientalismo ecologistico. E' la battaglia che porta avanti ognuno di noi per dare un senso compiuto alla propria vita, e che va combattuto per strada dove essa chiama. Che sia dietro l'angolo, o a qualche centinaio di km. di distanza.

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