giovedì 27 ottobre 2016

Corsi e ricorsi

Quando un terremoto fa crollare chiese, campanili e case, generando crepe sulle identità comunitarie, vengono inevitabilmente a galla gli esercizi della memoria, su quello che è stato e forse avrebbe anche potuto essere.

Il sisma, che da fine agosto gira intorno alla catena montuosa dei Sibillini, sembra incrociarsi con la storia di quella piccola e gloriosa ferrovia che dal 1 novembre 1926 al 31 luglio 1968 ha collegato Spoleto a Norcia. A voler essere rigorosi, i nomi di "Ussita" e "Visso", richiamano alla genesi della ferrovia "Roma - Ancona". Era il 1846 quando due fratelli di Ussita, Girolamo e Venanzio Caporioni, individuarono nel tracciato passante per Terni, Visso, Tolentino e Macerata, la via più agevole per realizzare tale ferrata. Ma tale progetto, sebbene molto pregevole sotto il profilo altimetrico, aveva il difetto di lasciare da parte realtà importanti come Spoleto, Foligno, Perugia, andando ad attraversare, fino a Tolentino, territori scarsamente abitati. La discussione sulla ferrovia "Chienti - Nerina" continuò a lungo, ma oramai nei primi anni sessanta i binari arrivarono fino al valico di Fabriano. 

Tornando alla "Spoleto - Norcia", una volta individuato il passaggio della ferrata lungo le rive dei sistema fluviale Nera - Corno - Sordo, da Triponzo a Biselli attraverso la stretta Gola della Balza Tagliata, si sollevarono vivaci proteste da parte del Comune di Preci, che rimase l'unico ad essere totalmente escluso da questo nuovo collegamento ferroviario che, a vario titolo, coinvolgeva l'intera alta Valnerina. Preci all'epoca propose un percorso alternativo, in grado di servire il proprio abitato, che prevedeva il raggiungimento di Norcia attraverso la Forca di Ancarano. Tale progetto venne impietosamente bocciato, per due ragioni, di opportunità economica e tecnica. La prima risiedeva nel fatto che una siffatta variante prevedeva un allungamento rispetto al percorso originario di ben 13 km. , che nella modesta economia di una ferrata lunga 52 km. scarsi equivaleva a un buon 25%, e tale modifica non era giustificata dall'attraversamento di centri tali da sostenerne l'ulteriore aggravio, visto e considerato che già la ferrovia di suo, esclusi i capolinea Spoleto e Norcia, attraversava zone scarsamente popolate; non si ritenne opportuno inventarsi tutto quel giro per servire solo ed esclusivamente Preci. Senza contare quanto tutto questo avrebbe pesato in termini di aggravio sui tempi di percorrenza per raggiungere Norcia. Tanto più che, e qui entrò in ballo il discorso tecnico, valicare la Forca di Ancarano, nel portare in quota la ferrata per poi farla ridiscendere nella piana "nursina", avrebbe comportato la realizzazione di inevitabili opere d'arte quali ponti, viadotti, gallerie e trafori, laddove il passaggio accanto alle gole scavate del fiume Corno, aveva di fatto creato nel corso dei secoli dei corridoi di penetrazione naturale, dove la ferrata poteva incastonarsi attraversando il paesaggio senza scalfirlo, riducendo al minimo l'impatto ambientale e l'operato dell'uomo. "Tecnica" che alla "resa dei conti" diventa "Economia", nel conteggiare il risparmio ottenuto dalla mancata realizzazione di siffatte opere. 

Certo, una tal variante, avrebbe comportato il passaggio per Piedivalle (di Preci) e Campi (di Norcia), luoghi assunti a simbolo di questo nuovo sciagurato sciame sismico, a causa del crollo parziale della Basilica "benedettina" di Sant'Eutizio e di quello, pressoché totale, della Chiesa di San Salvatore. I nuovi tragici simboli dell'ennesima tragedia sismica lungo l'Appennino dell'Italia Centrale.

Solo questo volevo dirvi.

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